• Current

I giardini di San Leucio

di Anna Maiorino

Carlo di Borbone e la valorizzazione del territorio.

Caserta è identificata un po’ da tutti con la Reggia e il suo Parco, ma la Reggia non nacque come semplice esempio di sfarzo e potenza, isolata dal territorio. Essa si inseriva in un progetto politico di più ampia portata. Carlo di Borbone voleva spostare importanti strutture amministrative a Caserta, ritenendo il luogo più sicuro, perché meno esposto di Napoli ad attacchi nemici provenienti dal mare. Caserta veniva collegata alla capitale da un viale monumentale di oltre 20 km. Inoltre un’ampia rete di strade la collegava anche alle altre residenze borboniche.

Intanto il territorio intorno godeva di opere importanti, come la sistemazione dei Regi Lagni e la costruzione dell’Acquedotto carolino.  I vari casini di caccia, già preesistenti, venivano trasformati in vere aziende (agricole, zootecniche, manifatturiere), secondo una precisa strategia di recupero, costruzione e valorizzazione del territorio. Sempre però i principi dell’utile, propri dell’Illuminismo, si coniugavano comunque al culto del “bello”.

I vari siti reali, dislocati intorno alla Reggia, potevano fregiarsi del titolo di Reali Delizie, in quanto prevedevano appartamenti adatti alla residenza del Re, decorati da artisti famosi, e ricchi di comodità (bagni, cucine con montacarichi portavivande, ecc.), giardini e fontane.

Purtroppo questo progetto unitario non si può più cogliere oggi, perché la gestione dei vari Siti è affidata ad Enti diversi ed ognuno ha avuto una storia e una fortuna diversa.

Avulsi dalla realtà viva del territorio circostante, i Siti rimangono lontani l’uno dall’altro, anche per la mancanza di una banale e semplice strategia di collegamento in rete tra loro.

San Leucio

Nel palazzo del Belvedere che ha sede a San Leucio sono visitabili i giardini, molto interessanti, perché nel 1984 è stata attuata una piantumazione con piante identiche a quelle esistenti nel ’700. Delle piante originarie sono rimasti solo un noce e un pino [foto 1].

Anche l’impianto dei giardini riprende il disegno originario. Sono disposti a terrazza secondo la tecnica del giardino all’italiana e ripropongono l’antico “giardino delle delizie”, cioè un giardino bello a guardarsi, impostato seguendo i canoni estetici dell’epoca, ma utile per la presenza di alberi da frutto (meli, peri, aranci e limoni).

Vi si accede dal cortile detto dei serici, con un’agile scaletta a due rampe con cancello [foto 2].

Le terrazze sono 7, di forma quadrata e di misure varie. Al centro di ogni terrazza ci sono vasche di fontane, oggi mute, di forme diverse. Dal centro si dipartono siepi basse di mortella che formano disegni geometrici lineari e simmetrici. Negli spazi disegnati dalle siepi ci sono gli alberi da frutto. Una terrazza è un vero e proprio aranceto, un’altra è un limoneto, ecc. [foto 3, 4, 5].

L’intero giardino è recintato da un muro perimetrale, che in alto ingloba una cisterna collegata da un manufatto, sostenuto da archi, all’acquedotto carolino ed eroga acqua alle fontane e serve per l’irrigazione [foto 6 e 7].

All’interno del muro di cinta è presente un piccolo edificio ormai diroccato, la Posta del Re, adibito un tempo alle soste del Re durante la caccia [foto 8].

I giardini erano parte di una vera e propria azienda agricola, improntata a moderni criteri agronomici, applicati alle colture tradizionali (vite, olivo) e ad altre più recenti (ortaggi, gelsi).

L’azienda era capace di provvedere ai bisogni della mensa reale ed anche ad assicurare un ricavo con la vendita dei prodotti (vino, olio, fagioli, riso, latte, formaggi, lana, carne). Erano presenti infatti anche allevamenti di animali. Inoltre l’azienda provvedeva ad assicurare la produzione di gelsi necessari alla sopravvivenza dei bachi da seta.

Importanti erano le vigne, già impiantate dagli Acquaviva, primi proprietari del territorio di San Leucio. Famosa era la Vigna del Ventaglio [foto 9] un po’ a sud di San Leucio, un semicerchio diviso in 10 settori circolari. Ogni settore conteneva viti di specie diverse contrassegnate con lapidi di travertino (Lipari rosso, Piedimonte rosso e bianco, ecc.). Qui nel 1780 fu impiantata la varietà di uva zibibbo. Questi vigneti sono scomparsi, così come gli edifici destinati alle attività agricole sono in stato di decadenza e abbandono1.

I giardini sono visitabili insieme agli appartamenti storici e al Museo della Seta, che ha sede nel Palazzo del Belvedere. San Leucio rappresentava infatti l’unica dimora reale sita all’interno di un complesso industriale a ciclo completo. Quando Ferdinando IV decise di trasformare San Leucio in un centro manifatturiero, incaricò Francesco Collecini, aiutante del Vanvitelli, di ristrutturare il casino del Belvedere, costruito dagli Acquaviva e comprato con l’intera tenuta dal padre Carlo per più di 2000 ducati.

Per prima cosa la sala delle feste fu trasformata in chiesa parrocchiale aperta alla comunità di San Leucio. Ferdinando, infatti, voleva condividere tutto con la comunità del borgo, a cui dava lavoro e istruzione, e il Filangieri preparò un Codice delle leggi, basato sui più moderni principi illuministici di uguaglianza e progresso.

L’edificio principale del Belvedere si sviluppa su pianta rettangolare con un cortile centrale. Al suo interno, a piano terra, trovavano posto la scuola, l’abitazione del parroco, le officine per filare e torcere la seta, la stanza per l’incannatoio e quella per la tintura. Al primo piano c’è l’appartamento reale decorato da artisti come Hackert e Cammarano e le sale dei telai, tra loro comunicanti. Il Re poteva così controllare dall’interno l’intero ciclo produttivo [foto 10].

Ai lati del viale d’accesso al Belvedere si allineano le case “leuciane” donate dal re agli operai, ancora oggi in parte abitate. Sono costruite su 2 livelli, sono tutte uguali e costituiscono il primo esempio di villette a schiera [foto 11]. È visitabile una delle case, quella del filatore.

Bosco di San Silvestro

Più in alto, sulle colline di Montemaiulo e Montebriano, il Parco di San Leucio si univa alla Reale tenuta di San Silvestro, 76 ettari circa, acquistati dopo il 1750 al fine di creare una scenografia naturale per il parco della Reggia di Caserta. Anche qui vigne, uliveti, frutteti, e giardini e un Real Casino, opera del Collecini, per dare ristoro al Re e al seguito durante la caccia e per disporre locali idonei alle necessità dell’azienda agricola.

Dal 1922, San Silvestro passò al Demanio dello Stato e dal 1983 alla Sovrintendenza ai Beni AA.AA.AA.SS. per le province di Caserta e Benevento. Nell’ultimo ventennio il Real Casino ha subito continui atti vandalici: sono state rubate statue, marmi, parati, ecc. 

Dal 1993, il WWF Italia ha in gestione il Bosco di San Silvestro, diventato l’anno successivo “Oasi del WWF”.

Il bosco è costituito da lecci, roverelle, cerri, aceri, castagni. Dove il bosco si dirada, prevalgono ulivi e arbusti della macchia mediterranea. Sono presenti mammiferi come ghiri, moscardini, faine, donnole. Sono stati poi reintrodotti il daino e il capriolo.

1 Interessante è la descrizione che, nella Platea dei fondi, beni e rendite che costituiscono l’amministrazione del Real Sito di San Leucio (1826), Antonio Sancio, amministratore del Real Sito di Caserta dal 30 dicembre 1824 al 30 aprile 1832, fece della Vigna del Ventaglio: “La natura, l’indole, e la posizione declive del terreno rendevano questo sito opportunissimo per una vigna. Fu essa stabilita presso a cinquanta anni indietro sulle diverse proprietà, che si acquistarono dalla famiglia Panaro, come abbiamo enunciato nel foglio 43 della presente platea. La natura, l’indole, e la posizione declive del terreno rendevano questo sito opportunissimo per una vigna. Fu essa stabilita presso a cinquanta anni indietro sulle diverse proprietà, che si acquistarono dalla famiglia Panaro, come abbiamo enunciato nel foglio 43 della presente platea. La natura, l’indole, e la posizione declive del terreno rendevano questo sito opportunissimo per una vigna. Fu essa stabilita presso a cinquanta anni indietro sulle diverse proprietà, che si acquistarono dalla famiglia Panaro […] La disposizione di questa vigna è singolare […] Forma essa un semicerchio, diviso in 10 raggi, ed è tanto somigliante ad un ventaglio, che ne ha preso e ritenuto il nome. Ciascun raggio, che parte dal centro, ov’è il piccolo cancello d’ingresso, contiene viti di uve di diversa specie, contrasegnate con lapidi di travertino. La lapide, messa nel primo raggio a mano dritta dell’ingresso, indica le uve dette Lipari Rosso. Quella nel secondo raggio indica il Delfino Bianco. Quella nel terzo raggio indica Procopio. Quella nel quarto raggio indica Piedimonte Rosso. Quella nel quinto raggio indica Piedimonte Bianco. Quella nel sesto raggio indica Lipari Bianco. Quella nel settimo raggio indica Siracusa Bianco. Quella nell’ottavo raggio indica Terranova Rosso. Quella nel nono raggio indica Corigliano Rosso. Quella nel decimo raggio indica Siracusa Rosso. Le viti sono basse all’uso italiano, ed il loro numero giunge a diecimila. Non vi è in questa vigna alcun albero, né vi si esercita altro genere di coltivazione, che quello che è indicato per le vigne, cioè tre zappature, ingrasso di favucce ed altro. Nella sommità di questa vigna a pochi passi fuori il recinto della medesima nel sito il più alto vedesi un vasto pagliaio con de’ sedili contornato da piante” (cfr. Platea del Sancio, vol. 3570, pp. 169 e 170, par. I "Vigna del Ventaglio").

Scheda inserita il 20-09-2015