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Storia del Castello Castriota Scanderbech* di Auletta

L’Apprezzo del feudo di Auletta – redatto nell’inverno del 1635 dall’ingegnere Honofrio Zango su mandato della Regia Corte di Napoli – così descrive il paese di Auletta ed il suo castello: 

“…[Auletta] è posta su una collinetta al dirimpetto dell’Oriente, che guarda a mezzo giorno et scorgansi da essa poche miglia di campagna circuite da colline, montagne et territori piani et penninosi; vi sono pochi terreni seminatori, la maggior parte oliveti, stendono lì suoi territori da Levante a Ponente miglia 3, facendosi in essi grani, vini, ogli, e frutti, che bastano; di acque ve ne sono buone et fresce dentro e fora di essa terra. La terra è murata, la maggior parte di essa vien richiusa dalle proprie habitazioni, circuita da alcune torri. Entrasi in essa con due porte una che guarda al mezzo giorno et l’altra al settentrione (…) In testa di essa terra vi è Palazzo [il Castello di Auletta] con due affacciate, una di essa alle porte di settentrione e l’altra a ponente circondata da tre torrioni. Entrasi in esso per una saglita de pietre vive dolce, si impiana in largo poco, dove si trova la porta di detto Palazzo con intrado coverto a lamia con cortiglio grande scoverto, a destro di essi in piano vi sono tre stanza grandi, a sinistra altre quattro stanze, et in testa una stalla et sono tutte a travi molto antiche senza porte quasi dirute tutte. All’incontro di esso cortiglio, vi è una spaziosa grada di pietra viva con una sola tesa; si giunge ad una loggetta discoverta et per essa si entra in un appartamento che consiste in una salma grande, a destro di detto cortiglio vi è un’altra grada a due tese, nella quale s’impiana in un appartamento grande, consiste in una sala a sinistra, una camera et a destro ne sono quattro altro che vanno in giro grande et commode, accosto la medesima vi è la loggetta coperta a tetti e tempiate, et con fenestroni, dai quali si gode bella vista, le campagne che circuiscono detta terra, corrispondendo la loggetta predetta sopra la porta di detta terra. Ritornando nella grada nella seconda tesa si ascende al secondo appartamento: consiste in una sala, a destro due camere, a sinistro vi è un camerone grande, e due di esse e suppigno, appresso sono coverte e tetti et di sotto tempiature, quale habitazione. La maggior parte di essa minaccia ruina, tiene bisogno di molte riparazioni per essere assai antica e dissabitata”1.

 

Questa lunga descrizione di Auletta – che doveva servire come apprezzo (valutazione) del valore del borgo in vista della sua vendita – è importante per diversi motivi. In primo luogo, essa restituisce una immagine precisa del borgo medievale, della sua conformazione geografica, delle costruzioni dell’uomo e dei terreni seminatori che ne facevano da cornice. In secondo luogo essa consente di intuire l’importanza e la centralità del castello di Auletta. Importanza e centralità non soltanto urbanistiche ma anche storiche: come le casupole del borgo circondano le mura della fortificazione, così la vicende storiche di Auletta si sono sempre sviluppate intorno al castello e ai suoi potenti Signori. Ricostruire la storia del castello, del suo giardino e dei suoi proprietari può diventare allora una strada da percorrere per tentare di comprendere meglio l’evoluzione storica, i rapporti sociali e le caratteristiche culturali dell’odierno comune di Auletta. 

 

Il castello di Auletta appartiene al novero delle dimore fortificate erette nell'entroterra salernitano durante il Pieno Medioevo. L’edificio sorge in una posizione strategicamente favorevole: esso si erge sulla sommità di uno sperone roccioso che a sud-est si apre sul fiume Tanagro mentre a nord sovrasta il centro abitato di Auletta. Non è escluso che il promontorio a guardia del borgo sia stato utilizzato per scopi difensivi già in epoca romana, come sembrano testimoniare i diversi elementi di reimpiego rinvenuti durante i lavori di restauro successivi al terremoto del 1980. È però necessario attendere il XII secolo per avere le prime notizie documentali sul Castello di Auletta. L’Atto di Donazione della Chiesa di Santa Maria di Pertosa – redatto dal notaio Roberto da Eboli e datato 9 agosto 1131 – attesta per la prima volta l’esistenza del castello di Auletta e restituisce i nomi dei suoi primi dominus: il conte Guglielmo di Principato (titolare del feudo di Auletta dall’anno 1099 all’anno 1128) e il figlio Nicola (1128 – 1142/1144)2.

Ad essi si deve la costruzione del castello e delle mura perimetrali del borgo di Auletta, che entrava così a far parte del sistema difensivo del Ducato normanno di Salerno. L’edificio eretto dai Principato aveva una funzione militare ed una architettura austera: un robusto mastio centrale a pianta quadrata protetto agli angoli da torrioni cilindrici. Le esigenze di difesa imponevano la costruzione di strutture robuste ed ampie, resistenti agli urti del nemico e capaci di accogliere provviste e uomini in caso di assedio. Di questa imponente struttura – capace di suscitare l’ammirazione ed il timore di chiunque si trovasse a passare sull’antica strada consolare Popilia3 – rimane oggi soltanto uno dei torrioni perimetrali, quello che si erge all’angolo nord del giardino4

I numerosi dominus succedutisi nel corso dei decenni hanno infatti profondamente modificato la fisionomia del castello, ridefinendone, volta per volta, identità e aspetto. 

Dopo la morte di Nicola di Principato, il castello passò in mano alla famiglia Gesualdo, titolare del feudo di Auletta dal 1320 a tutto il 1500. Durante il loro lungo governo, i Gesualdo disposero significativi lavori di riorganizzazione strutturale del castello. Tali lavori – eseguiti secondo le indicazioni del fiorentino Antonio Marchesi, uno dei maggiore esperti in fortificazioni del XV secolo5 – privarono la struttura dell’originaria impostazione militare e conferirono all’edificio un aspetto più raffinato ed elegante. Il mastio centrale fu in parte demolito per lasciare spazio ad una residenza signorile in tufo grigio e con pianta quadrata, costruita intorno ad un “cortiglio grande scoverto”. Nonostante successivi  rimaneggiamenti, l’attuale castello di Auletta riflette incarna piuttosto fedelmente il progetto dei Gesualdo.   

La facciata principale si apre in un imponente portale in marmo, a forma d’arco a tutto sesto e scandito da nervature di diverso spessore. Esso immette sull’arioso cortile interno a pianta trapezoidale, centro ideale e cuore pulsante del castello. L’edificio vi si affaccia con un piano terreno – adibito a cantina e deposito delle masserizie – ed un piano nobile sormontato da sottotetto. La base minore del cortile è rivolta verso il portale d’ingresso mentre al centro della base maggiore si trova la “spaziosa grada di pietra viva con una sola tesa” che permette l’accesso all’appartamento nobiliare. Altre due scale in pietra viva – collocate subito dopo il portale d’ingresso – collegano il cortile con il piano superiore ed il sottotetto. L’appartamento nobiliare consiste “in una sala a sinistra, una camera et a destro ne sono quattro altro che vanno in giro grande et commode”. La facciata posteriore del castello è caratterizzata dalla presenza di una panoramica “loggetta coperta a tetti e tempiate, et con fenestroni dai quali si gode bella vista, le campagne che circuiscono detta terra, corrispondendo la loggetta predetta sopra la porta di detta terra”

La dimora dei Gesualdo è inoltre illeggiadrita dalla presenza di un giardino ornamentale, la cui costruzione risale alla fine del ’500. Esso si sviluppa in declivio assecondando il versante meridionale dello sperone roccioso su cui sorge il castello. Questa pendenza – che per decenni aveva costituito un’efficace difesa naturale per i dominus del castello – viene adibita, nel corso del Cinquecento, a giardino. In esso i pini, gli oleandri ed i profumati glicini prendono il posto delle trappole e dei pali acuminati posti un tempo a difesa del castello. Questa trasformazione del versante meridionale del castello di Auletta è molto significativa. Essa testimonia non solo dell’evoluzione architettonica dell’edificio e della stagione di pace in cui vissero i Gesualdo, ma anche – e forse soprattutto – del profondo mutamento del gusto e della sensibilità delle classi aristocratiche tra Cinquecento e Seicento6.

A cavallo di questi secoli, la nobiltà europea si allontana dalla vocazione guerresca e dal rigore militare proprio dei cavalieri medievali e si apre lentamente al mondo della galanteria, della politesse e dell’erudizione7Pur riconoscendo nell'esercizio delle arti militari la sua professione principale, il gentiluomo seicentesco non s'identifica più con l'uomo d'armi. Egli deve infatti possedere anche altre qualità, come la grazia – che si esprime nella capacità di conversare e deriva da un lungo e faticoso studio delle humanae litterae – ed il buon gusto – che si manifesta nella raffinatezza dei modi, delle vesti e degli arredi domestici. Per gli aristocratici del Seicento, la grazia ed il buon gusto divengono importanti valori di prestigio e s’impongono come gli ideali-guida da perseguire nell’ambito dei rapporti sociali, dell’educazione, del vestiario e dell’architettura.

Si può pensare che siano stati proprio questi gli ideali che hanno ispirato i Gesualdo nell’ideazione dell’elegante giardino del castello, luogo del piacere estetico e dell’ozio contemplativo dei gentiluomini aulettesi. Esso rappresentava (e rappresenta ancora oggi 8 una splendida cornice per sontuosi banchetti, feste mondane e ricevimenti degni di una Corte regia. Non sorprende che il sovrano Carlo V (Re di Spagna, Imperatore del Sacro Romano Impero e Re di Napoli dal 1516 al 1556) abbia scelto proprio il castello di Auletta come sua dimora per un lungo soggiorno nel novembre del 1535. L’episodio è raccontato con dovizia di particolari dall’abate Giovan Battista Pacichelli, nel suo Il Regno di Napoli in prospettiva (1702):

 “[nel castello di Auletta] … vi alloggiarono con splendore Carlo V Cesare, imperciocchè, dalla orta della Terra fino alla stanza imperiale, si camminò sopra tappeti, essendo le mura vestite di vaghi panni, con un’artificiosa perschiera in mezzo al cortile, e una pietra, che si vede fin d’allora spezzata, ove quella Maestà pose il piede salendo a cavallo. Chiamasi ora quella la Camera di Carlo V, di dove è stata rapita la tazza in cui bevette, di chiaro cristallo, serbata per più di un secolo dall’università”9.

 Dopo l’estinzione della famiglia dei Gesualdo 10 , il feudo di Auletta e lo Stato di Venosa furono devoluti alla Regia Corte di Napoli che, per poterli vendere, ne dispose la stima. Il 16 maggio 1636 i due territori furono acquistati – per il prezzo di 42.4000 ducati – dal facoltoso Nicola Ludovisi, che ottenne così il titolo di Principe di Venosa e Signore di Auletta11.

Attraverso una serie di compravendite, il castello di Auletta passò poi nella mani delle famiglie di Vitilio (1659), di Gennaro (1767) e Castriota Scanderbech (1810).

Nobili di origine balcanica – discendenti dall’eroe nazionale albanese Giorgio Castriota Scanderbech (1403 – 1468) – i Castriota Scanderbech hanno mantenuto il possesso del castello di Auletta attraverso le turbolenti vicende dei secoli XIX e XX: l’abolizione del regime feudale, il devastante terremoto del 16 dicembre 1857 12 , le insurrezioni del Risorgimento meridionale13, l’Unità d’Italia, gli orrori della Prima Guerra Mondiale e l’avvento del regime fascista. In questi decenni inquieti, il castello ha mantenuto piuttosto fedelmente la fisionomia cinquecentesca e l’unico intervento di rilievo approntato dai Castriota Scanderbech è stato la trasformazione dei locali del pianterreno in depositi concessi in affitto “per la conservazione de’ generi di privativa e per l’officina degli Impiegati”14.

 A partire dal 1897 il castello di Auletta è stato abitato stabilmente dal Marchese Giovanni CastriotaScanderbech15 e dai suoi successori, che vi hanno dimorato fino al 1943. L’ultimo discendente del ramo aulettese dei Castriota Scanderbech, Francesco, è stato prima Commissario Prefettizio (23 giugno 1934) e Potestà di Auletta (1 dicembre 1934), carica dalla quale decadde perché celibe il 15 luglio 1938. Dopo la morte di Francesco (1943), il Castello è passato per successione femminile alla famiglia Maioli, l’attuale proprietaria dell’immobile.

Il 31 maggio 1941, il Ministero della Educazione nazionale ha dichiarato il castello di Auletta bene di interesse storico-culturale sottoposto ai vincoli previsti dalla Legge 1089 del 1 giugno 1939. In osservanza dell’articolo 11 di tale legge – il quale stabilisce che le strutture di riconosciuto interesse storico-artistico “non possono essere demolite, rimosse, modificate o restaurate senza l'autorizzazione del Ministro per l'educazione nazionale. Le cose medesime non possono essere adibite ad usi non compatibili con il loro carattere storico od artistico, oppure tali da recare pregiudizio alla loro conservazione o integrità” – la famiglia Maioli ha adottato tutte le precauzioni necessarie per preservare l’architettura e l’aspetto originario del castello. Questa attenta opera di conservazione è stata (almeno in parte) vanificata dal devastante terremoto dell’Irpinia del 23 novembre 1980. Le scosse propagatesi da Castelnuovo di Conza hanno infatti profondamente danneggiato il castello di Auletta, provocando ingenti danni alla facciata principale dell’edificio, il distacco di alcune travi portanti nei locali del pianoterra e il crollo di un intera navata dell’appartamento nobiliare. 

 

In questa drammatica occasione Auletta si è dimostrata una paese dall’indole coriacea e forte. Dalle macerie lasciate dal terremoto, gli Aulettesi sono faticosamente riusciti a far rinascere la propria identità culturale e la propria memoria storica perché – come testimonia un’incisione posta a monito sul palazzo dello Jesus nel centro storico del paese – “(Aliis) cegnatis (illi) coluerunt”, contro chi distrugge c’è sempre chi ricostruisce. Il processo di ricostruzione dell’identità storica e culturale di Auletta è passato anche attraverso i lavori di ristrutturazione e riqualificazione del castello.

Tali lavori – disposti dai proprietari dell’immobile ed eseguiti con il contributo dei fondi pubblici stanziati dalla legge numero 219 del 198116  – hanno lentamente restituito al castello di Auletta la sua imponenza ed il suo originario splendore. Grazie ad un progetto di recupero filologico, la struttura è stata ristrutturata nel pieno rispetto delle architetture cinquecentesche e dei materiali originali. Le crepe lasciate dal terremoto sulla facciata principale sono state colmate con blocchi di pietra bianca simili a quelli usati dai costruttori medioevali mentre il fregio marmoreo del portale d’ingresso è stato ricostruito sul modello dell’originale. Uguale attenzione filologica è stata riservata anche al cortile del castello – in cui è stata riprodotta l’originaria pavimentazione in pietra lavica bianca e rossa – e agli ambienti interni, restaurati nel pieno rispetto delle architetture originarie ed arredati con il mobilio sottratto dalle macerie del terremoto. Vero la metà degli anni Novanta, i lavori di ristrutturazione e riqualificazione hanno interessato anche il giardino del castello di Auletta. 

Qui, la prima esigenza dei Maioli è stata quella di mettere in sicurezza il crinale dello sperone roccioso su cui sorge il castello. Ciò è stato possibile attraverso la rimozione dei detriti lasciati dal terremoto, il consolidamento dei viali del giardino e la messa a dimora di grandi alberi dalle radici profonde (soprattutto pini) capaci di contenere eventuali smottamenti di terreno. Grazie a questi lavori di bonifica il giardino del castello di Auletta ha acquisito una fisionomia stabile e ben definita. Esso si estende su di una superficie di circa 300 metri quadri ed in leggero declivio. Il giardino è delimitato esternamente da due ali laterali in cemento che partono dalla facciata posteriore del castello e si sviluppano fin lungo la Via XXV Aprile. Alle loro estremità ha origine il muro di cinta frontale che delimita l’area verde. Al giardino si accede dal Castello – attraverso il bel portale della facciata posteriore dell’edificio – oppure dall’ingresso autonomo di via Principe di Piemonte. L'irregolarità del terreno si riflette nella varietà della vegetazione messa a dimora nel corso dei decenni. Nella parte più alta del giardino svettano numerosi alberi sempreverdi della famiglia delle pinacee, come gli splendidi esemplari di pino d’Aleppo (Pinus halepensis) alti più di 15 metri siti in corrispondenza del corpo centrale del castello. Oltre ad offrire ombra e riparo ai visitatori del giardino, questi alberi – in parte messi a dimora alla fine dell’800 in parte piantati nel corso degli anni Novanta del secolo scorso – svolgono un importante funzione idrogeologica. Essi infatti trattengono il terreno con le loro profonde radici ed impediscono le frane e gli smottamenti cui prima era spesso soggetto lo sperone su cui sorge il castello. Un viale (anch’esso pavimentato in pietra lavica bianca e rossa) percorre sinuosamente il crinale che ospita il giardino e collega la parte alta della struttura alla parte bassa. Qui gli alberi sempreverdi lasciano il posto ad arbusti ed alberelli ornamentali di recente impianto. Si segnalano, per la loro bellezza, alcuni giovani esemplari di Wisteria floribunda – pianta sempreverde tipica delle regioni mediterranee e dai caratteristici fiori color glicine – e numerosi arbusti di oleandro (Nerium oleander). Periodici interventi di manutenzione eseguiti dai proprietari dell’immobile preservano la floridezza della vegetazione e offrono alla fruizione dei visitatori un giardino rigoglioso ed in ottime condizioni.  

Per il suo lungo passato e il suo valore architettonico, il giardino del castello di Auletta è oggi un’importante giardino della storia. A chi lo visita con gli occhi rivolti al passato, questo giardino può narrare delle stagioni felici e delle vicende drammatiche, delle catastrofi e delle fortune, dei crolli e delle rinascite di Auletta e dei suoi abitanti. Ed è proprio per la sua capacità di narrare il passato che questo importante giardino della storia merita oggi il rispetto e la cura di quanti vogliano custodire e tramandare – con gli occhi rivolti al futuro – la propria storia, la propria identità e la propria cultura. 

 

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* Scanderbeg o, come si scrive più tardi, Scanderbech.

Una tale doppia declinazione del nome è segnalata già nel volume Gli Elogi. Vite brevemente scritte d'huomini illustri di guerra, antichi et moderni di Mons. Paolo Giovio Vescovo di Nocera […] tradotte per Messer Lodovico Domenichi, appresso Giovanni de’ Rossi, Vinegia 1557.

Nel Libro secondo, si parla di “Giorgio Castriotto, che si chiamò per sopra nome Scanderbech, il quale in Albania haveva fatto di gran danni ad Amurathe, & ai suoi capitani” (p. 94).

Nel Libro terzo, invece, si legge che “Giorgio Castriotto Scanderbeg [è] Signor dell’Albania” (p. 132).

 La doppia declinazione del nome è presente anche nella traduzione italiana del volume di Jacques Hardion, Histoire universelle sacrée et profane composée par ordre de Mesdames de France, chez Louis Cellot, Paris 1765, tome XVIII.

 Nella versione francese si leggeva:

 “Les prospérités d’Amurath furent traversées par Georges Castriot, que je nommerai désormais Scanderberg ou Scanderbeg” (p. 139).

 Nella traduzione italiana (Storia universale sacra e profana di Giacomo Hardion, continuata dal Signor Linguet, e condotta fino ai nostri tempi, Girolamo Tasso Editore, Venezia 1834, volume XIII), si trova invece:

 “Le prosperità di Amurat vennero interrotte da Giorgio Castrioto, che noi chiameremo in avvenire Scanderbech, o Scanderberg (p. 129).

 Da notare che oggi si usa talvolta anche una variante col k: Skanderbeg.

 

[1] Per il testo completo dell’Apprezzo cfr. N. BERGHELLA, L’Università di Auletta nella feudalità, Berni, Vallo della Lucania 1968, pp. 17 e seg.   

[2] Per il testo completo dell’Atto del notaio Roberto da Eboli cfr. P. EBNER, Chiesa Baroni e Popolo nel Cilento, vol. II, Ed. di Storia e Letteratura, Roma 1982, pp. 543 – 544.  

[3] Auletta era anticamente lambita dalla Via Popilia (detta anche Via Annia), un'importante strada romana costruita nel 132 a.C. per collegare Capua e Reggio Calabria (Civitas foederata Regium), estrema punta della penisola italica. Essa ha rappresentato l’unico collegamento stabile – anche se percorribile con carri soltanto nel periodo estivo – tra Auletta e le zone limitrofe fino al 1792, anno in cui la Strada delle Calabrie fu prolungata da Persano sino a Lagonegro passando per Auletta.  

[4] Si presume che in epoca feudale, a fianco dell’attuale torrione, ce ne sia stato un altro gemello. Essi formavano una delle tre porte di accesso al centro storico del paese: la cosiddetta “Porta Castello”.

[5] Antonio Marchesi (Settignano 1451 – Firenze 1522) è stato uno dei maggiori esperti italiani in fortificazioni del XVI – XVI secolo. Dopo un lungo apprendistato in Italia centrale al seguito del padre Giorgio di Francesco e ai fratello Checco e Giuliano (anch’essi architetti e mastri muratori) nel 1489 si trasferì nel Regno di Napoli. In questo stesso anno progettò e diresse i lavori di consolidamento della rocca di Gaeta e, dal successivo gennaio, intraprese un viaggio al fianco di Alfonso, duca di Calabria, per definire il riassetto delle strutture difensive sulle coste calabresi e nell’entroterra lucano. Durante il viaggio visitò anche Auletta e, dopo averne ispezionato il castello, diede ai Gesualdo istruzioni per la riorganizzazione strutturale delle difese del borgo. Il lungo itinerario è riportato nelle Effemeridi di Giampietro Leostello da Volterra, il quale riferisce che il Marchesi era "homo subtile circa de fare forteze e roche". G. Leostello da Volterra, Le Effemeridi delle cose fatte per il duca di Calabria [1484-1491] di Joampiero Leostello da Volterra da un codice della Biblioteca nazionale di Parigi, a cura di G. Filangieri, Napoli 1883, p. 195. 

[6] Per un’analisi approfondita dell’evoluzione della sensibilità e della ideologia della nobiltà europea in età moderna cfr. M.L. BUSH, Noble privilege, Holmes & Meier Publishers, New York 1983.

[7] Questo mutamento dell’ideologia nobiliare è testimoniato anche dalla fioritura – tra Cinque e Seicento – di una trattatistica tutta dedicata alla definizione di un nuovo concetto di nobiltà e all’individuazione delle caratteristiche peculiari del gentiluomo. Uno dei più celebrati prodotti di questa “letteratura sul gentiluomo” fu certamente il Libro del cortegiano (1528) di Baldassare Castiglione, il quale – benché cronologicamente anteriore alla fioritura di tale genere – godette di una larga fortuna italiana ed europea soprattutto nella seconda metà del secolo, e dunque merita di essere accostato a opere più tarde, come il Galateo (1558) di Giovanni Della Casa, Il gentiluomo (1571) di Girolamo Muzio, La civil conversazione (1574) di Stefano Guazzo, i Discorsi (1585) di Annibale Romei e il Trattato della nobiltà (1603) di Lorenzo Ducci.

[8] Il Castello di Auletta ed il suo giardino sono ancora oggi disponibili come location per feste e cerimonie (pubbliche e private) di vario genere.

[9] G.B. PACICHELLI, Il regno di Napoli in prospettiva, in cui descrivono la sua metropoli citta di Napoli e le cose più notabili e curiose cosi di natura come d'arte (etc.), Mutio, Napoli 1703 (manca la numerazione delle pagine).

[10] L’ultima erede dei Gesualdo, la principessa Lavinia, morì nel dicembre del 1634 a soli otto anni.

[11] N. BERGHELLA, L’Università di Auletta nella feudalità, cit., pp. 17 e seg.

[12] Da un atto inviato all’Intendente di Salerno all’indomani del terremoto del 16 dicembre 1857 si viene a conoscenza dei gravi danni riportati dal castello di Auletta. Particolarmente danneggiati furono i locali del pianterreno, dove le scosse sismiche provocarono il crollo di parte del soffitto. Cfr. Archivio di Stato di Salerno, Fondo Intendenza, b: 2426.   

[13] Il paese di Auletta fu teatro di uno degli episodi più drammatici e violenti del Risorgimento italiano. Il 30 luglio 1861 i bersaglieri del Regio Esercito Italiano accorsero ad Auletta per stroncare la ribellione di un gruppo di legittimisti fedeli ai Borbone di Napoli. Avvertiti dell’arrivo del nemico, i ribelli si diedero prontamente alla fuga, abbandonando il paese e riparando nella vicina Pertosa. I bersaglieri, beffati dalla rapida fuga dei filo-borbonici, si accanirono sulla popolazione civile inerme, compiendo uccisioni e saccheggi. Il bilancio fu di quarantacinque vittime accertate (tra le quali anche il parroco di Auletta Giuseppe Pucciarelli ed altri quattro religiosi) ed oltre duecento arresti per cospirazione e rivolta. Per un’attenta ricostruzione di questo drammatico episodio cfr. G. BARRA, Auletta e i suoi Signori, Poligraf Arti Grafiche, Salerno 1993, pp. 53-56. 

[14] Cfr. Archivio di Stato di Salerno, Fondo Intendenza, b: 2426.  

[15] Dal titolo nobiliare di cui godeva Giovanni Castriota Scanderbech deriva il nome di “Castello Marchesale” con cui viene comunemente definito – soprattutto nel dialetto locale – il castello di Auletta.  

[16] La legge numero 219 – promulgata dal governo Forlani il 14 maggio del 1981 (in Supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale, n. 134, del 18 maggio) – prevedeva la costituzione di un “Fondo per il risanamento e la ricostruzione dei territori colpiti dal terremoto del novembre 1980 e del febbraio 1981” in favore delle popolazioni e dei comuni colpiti dal sisma. Gli stanziamenti erano concessi in relazione all’ingenza dei danni riportati dai paesi richiedenti ed il comune di Auletta – come accertato dalla “Commissione parlamentare di inchiesta sulla attuazione degli interventi per la ricostruzione e lo sviluppo dei territori della Basilicata e della Campania colpiti dai terremoti del novembre 1980 e febbraio 1981” istituita nel 1989 e presieduta dall’onorevole O. L. Scalfaro – ha ricevuto fondi per un ammontare di 643, 75 milioni di lire.