Villa Farina

Il complesso di Villa Farina, realizzato alla fine del Settecento, rappresentava la dimora dell’aristocratica famiglia Farina, una delle più importanti della borghesia terriera della Valle dell’Irno.  Inclusa tra i palazzi storici del territorio della provincia di Salerno, la tenuta, a tutt’oggi, conserva il fascino del passato, grazie alla cura che la signora Paola Iannone, erede della famiglia, costantemente le dedica.

Situata nell’antico borgo di Baronissi, la villa domina il paesaggio urbano per la facciata che corre lungo la strada. Un imponente cancello chiude l’entrata del parco-giardino.

La villa presenta un’ampia corte, porticata in parte, dove si sviluppa il pianterreno con cucina, un salone ricco di affreschi, e meravigliose maioliche dell’epoca a concepire tappeti di giochi geometrici e floreali. Oggetti e cineserie ottocentesche impreziosiscono l’ambiente.  Sullo stesso piano, sono presenti altri vani:  una sala gioco, dove troneggia un grande biliardo,  un salottino, con un camino in marmo, ripostigli e dispense. Uno scalone conduce al piano superiore, e qui, in sequenza, si può attraversare una serie di stanze, tra le quali alcune destinate a camere da letto. C’è anche una ricca biblioteca dove sono custoditi, in vetrine intarsiate, i libri. 

A pianterreno, sul lato sinistro della corte, si trovano le scuderie e un museo di utensili e oggetti pronti a svelare la storia del passato. Una carrozza d’epoca, in ottimo stato, completa il corredo del bel porticato.

Oltrepassato un arco a volta, lo sguardo si perde nel paesaggio che abbraccia la villa.

Di oltre 15.000 mq., interamente circondato da una cinta muraria, come a proteggere un centenario silenzio, il parco-giardino fu realizzato sul modello “a poggio” di Capodimonte a Napoli. Il giardino è uno spazio ricco di suggestivi angoli. Un gruppo di magnolie, strette fittamente, nasconde il viale a pendìo che fiancheggia il selvatico dalle aiuole.  Tra il verde, quasi inaspettatamente, appare Diana con arco e frecce, sopra un basamento di marmo1. La dea sembra contrassegnare l’inizio di un percorso denso di sorprese.

Imponenti lecci, querce, latifoglia, pini, tigli, cedrus atlantica e castagni, invitano il visitatore a guardare in alto per ammirarne le poderose chiome. Fili di ragnatele dorate legano di ramo in ramo le foglie, dando l’illusione di piccoli lampi di luce filtrata.

Petali di fior di camelie ibridate tessono tappeti dai toni rosati. Orientali camelie e, in particolare, rare camelie sasanque, raccontano la distanza che le separa dai loro luoghi natii attraverso  l’esplosione di colori insoliti. Ribattezzate con nomi di importanti dame occidentali, e appassionati ibridatori,  le camelie si chiamano: Contessa Lavinia Maggi, Duchessa d’Orléans, Hagaromo … e Francesco Ferrucci (quest’ultima è la Camellia japonica).

In questo scenario, sorprende lo stagno, tratteggiato di bassa vegetazione, con uno zampillo centrale. Lievissimi movimenti d’acqua rompono l’immagine della Serra che da secoli vi si specchia.

L’elegante Serra, anticamente riscaldata da una caldaia (per questo, chiamata anche Stufa), riusciva a portare a giusta maturazione i frutti del banano, una singolare passione dei proprietari.

Dietro una piccola altura, raro è l’effetto prodotto dalla vegetazione intorno alla voliera settecentesca, di forma ottagonale, che un tempo ospitava i fagiani.

Grandioso, col suo portamento a candelabro, come sentinella al cancello che chiude il parco, un Cedrus Libani è circondato di aiuole, di palmizi tropicali, di  Livingstona chinensis, di palme Washingtonia, di palme delle Canarie.

Ancora aiuole, di  Howea, di altissime palme da dattero, di Phoenix, di palme San Pietro, compongono isole perfettamente tonde e altre di forme irregolari che svelano presenze marmoree o di piperno, busti, un pozzo, vasi, vasche-laghetti di pesci rossi e salottini in pietra.

Profuma il pergolato di glicine reclinato sul fianco, copertura di un romantico sentiero, che torna alla villa.

 

1Nel suo interessante articolo Memorie e artisti per gli eroi, Luigi Avino informa che "a Baronissi il senatore Farina commissionò allo scultore [Gaetano Chiaromonte, Salerno 1872-Napoli 1962]  la 'Diana cacciatrice' per la sua Villa" (L. Avino, Memorie e artisti per gli eroi, in L. Avino-S. Cicenia, La memoria degli assenti. Monumenti ai caduti del Salernitano nella Grande Guerra, Dea Edizioni, Baronissi 2010, p. 65).

 

Scheda inserita il 25-06-2015