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Villa Comunale

Ciò che si presenta come Villa Comunale nella via Francesco Solimena (prima via Borgo e così chiamata perché probabilmente vi abitava nel Settecento il celebre pittore della corte napoletana, di scuola caravaggesca), proprio di fronte alla Caserma Tofano, è il residuo di un giardino storico?

Nonostante l’incuria, che peraltro è comune a diverse costruzioni storiche di cui è ricca Nocera Inferiore, vestigi del suo illustre passato1 , è evidente che l’odierna Villa fu importante e curata. Nei documenti alla portata (foto d’epoca e altre testimonianze) si rintracciano squarci e vedute di rilievo. 

La Villa comunale di Nocera Inferiore è oggi trascurata e sporca. Il fogliame si accumula nei viali su due dei tre livelli in salita sulle pendici della collina di S. Andrea, mentre solo il livello sul piano stradale di via F. Solimena resta pulito (viali e livelli successivi sono peraltro sbarrati da cartelli di divieto ma di fatto accessibili, assieme a bottiglie di plastica e altra spazzatura).

Nonostante il degrado, la Villa è ancora così ospitale da rendervi possibile il lavoro di un ufficio della Regione Campania (per l’agricoltura) con diversi impiegati. Tale ultimo spazio è di recente costruzione, essendo stato realizzato in cemento negli anni Settanta per collocarvi, prima degli attuali uffici, la Biblioteca Comunale, ora altrove.

Un giardino storico, dunque. Tuttavia è del tutto incerto che l’attuale Villa Comunale sia ciò che resta dell’antico Giardino di delizie, il nome che viene tramandato per dire il Giardino dei Carafa, pertinenza del loro Palazzo, edificato, a partire dal 1521, dov’è adesso la Caserma Tofano. Chi lo afferma? Di Nardo, con cautela, nel commentare gli Apprezzi di Nocera2 .

Che il giardino fosse importante per i suoi ideatori e proprietari (l’illustre famiglia dei Carafa), è detto nel nome stesso che viene tramandato: Giardino di delizie. Esso era testimonianza, con il Palazzo, del prestigio della famiglia, e sulla collina di Sant’Andrea, su cui s’inerpicava, il giardino si estendeva dall’inizio alla sommità.

Pur articolandosi su tre livelli, però, la Villa Comunale occupa in altezza non più d’una quindicina di metri, a stima d’occhio, su quel versante della collina che scende verso via Solimena e Nocera Inferiore, e fronteggia immediatamente l’attuale Caserma Tofano di via Solimena. Essa sarebbe rimasta in proporzione assai ridotta, dunque, rispetto all’origine presunta.

Le cose stanno diversamente. Dubito in realtà che l’attuale Villa Comunale (pur essendo senza dubbio costruita, in quella forma e arredo a noi pervenuta, nella prima metà dell’Ottocento dal generale borbonico Roberto De Sauget, allora comandante della Piazza di Nocera e poi Senatore del Regno d’Italia) abbia a che fare con il Giardino di delizie dei Carafa. 

La storia di quest’ultimo giardino inizia nel 1521, quando il duca Tiberio Carafa acquisisce Nocera Inferiore. Ferdinando, figlio di Tiberio, decide di costruire un palazzo (nel popolare quartiere del Borgo, dove sorge attualmente la Villa Comunale), e lo dota  d’un giardino: il giardino di delizie, appunto.

Dal palazzo dei duchi, che ebbe illustre storia fino al XVII secolo, quando fu del tutto modificato per scopi militari con la costruzione dell’attuale caserma, si godeva la vista della collina del Parco e del suo giardino.

 Il vescovo Lunadoro, che fu vescovo di Nocera e Pagani nel Seicento, descrive minuziosamente il giardino: 

Non è meno bello un altro Palazzo ch’il Duca hà parimenti a’ piedi del Monte, nel luogo dove è la Piazza publica, e con tanta vaghezza, e commodo definiti l’appartamenti, ch’il Duca Ferrante Padre di questo, vi ricevè il Conte di Miranda Vice Rè di Napoli, accompagnato da molti Principi grandi, con molta splendidezza; & à questo dove manca la prospettiva del Parco con le selve, supplisce la vaghezza di un nobilissimo Giardino, ripieno di Cedri, Limoni, Aranci, Mortelle, & altre nobilissime piante, che mantengono lor verzura, anco nel tempo dell’inverno rinfrescate in ogni tempo da copia grande d’acqua viva, che parte entro il Giardino, scorre dall’uno de’ duo ruscelli, che passa per la Città, e parte vi si conserva in fontane gratiosissime, non meno ripiene dentro di varie sorti di Pesci, ch’ornate di fuore di gratiose pietre, e di statue leggiadramente intagliate in marmo, da mano di molto eccellente Scultore, d’onde poi per occulti canali tirata in varie parti del Giardino, & particolarmente in una sotterranea grotta, tutta con statue, pitture, grotteschi, e fiorami ornata in mille modi, stillando ora per necessità delle piante, & ora per scherzo di chi per gusto, e diporto vi si trattenga; il tutto à piacere del Giardiniero, rinfresca, & inonda talmente, che con gratioso contrasto della natura, e dell’arte, si può credere che non ceda alli più delitiosi Giardini di Napoli, e di Roma ancora3.

Mons. Lunadoro, che scrive nel 1610, quando il Giardino doveva certo esservi, distingue tra Parco e Giardino e poi passa alla descrizione del Giardino: 

 

& à questo (leggo: il Palazzo del Duca, a’ piedi del Monte – ovvero la Collina di S. Andrea) dove manca la prospettiva del Parco con le selve, supplisce la vaghezza di un nobilissimo Giardino.

 

Pertanto le due cose (il “Parco con le selve” della collina del Castello e il “nobilissimo Giardino”) appaiono senz’altro separate. Una cosa era il Giardino, un’altra il “Parco con le selve”. Che cos’era il “Parco”?

Guardiamo in dettaglio il secondo (1660) dei due Apprezzi che vengono citati nell’ interessante lavoro di F. Di Nardo. Anzitutto, cos’è un apprezzo?  Si può intuirlo. Lo spiega l’autore4 : esso è una relazione, un “documento economico ufficiale che nasce dalla concezione secondo la quale  il feudo e le istituzioni amministrative sono di proprietà del sovrano”, che quindi poteva venderlo. Il valore di mercato del feudo “si otteneva attraverso l’inventario di tutti i beni del feudo stesso”5 demandando la descrizione a “ingegneri” reali, i “tavolari” che effettuano un minuzioso sopralluogo preliminare a  tal fine.6

Particolarmente interessante, perché assai più preciso al paragone, l’apprezzo del 1660, condotto da persone di prestigio nel Regno: Francesco Antonio Picchiatti e Donato Antonio Cafaro, ovvero rispettivamente l’ingegnere maggiore del Regno e il progettista dei Regi Lagni.7

Qui si trova la descrizione più precisa del Giardino di delizie, oltre quella di Mons.  Lunadoro. Ometto la descrizione per intero, ma vi si legge anche che

[…] ritornando in detto cortiglio (quello del Palazzo, ad esso interno, n.d.r.) a mano sinistra vi è l’acquedotto di fabrica e per il quale passa l’acqua, che viene dalle moline e per uno ponticello e grade si scende nel giardino murato. 

 

Se per giardino deve intendersi quello di cui si parla (e non vedo di quale altro possa trattarsi), allora esso si trovava, tra mura, all’interno del Palazzo, o comunque isolato rispetto all’esterno, come d’altro canto è logico attendersi: perché doveva essere a beneficio della corte dei Carafa e non di chiunque. 

E gli autori distinguono la facciata del Palazzo dai muri del Giardino: pertanto o questi ultimi coincidevano in parte con le mura perimetrali del complesso, oppure il Giardino doveva essere all’interno delle mura del Palazzo. Ma non certo esternamente a esse: dove si trova ora la Villa Comunale.

Quanto al ‘Parco’, non può che trattarsi di ‘collina isolata detto il palco’8, il quale è “luogo deliziosissimo ed almeno con due recinti di mura, con territori, boschi, arbusti, con bellissimi stradoni per li quali si può andare in carrozza sino al castello e palazzo”9.

Si tratta della collina di S. Andrea dunque, senza dubbio. Quella sui cui primi pendii, dalla parte di Nocera e di via Solimena,  sorge ora la Villa De Sauget, o Villa Comunale.

Del 1703 è questa illustrazione di Nocera Inferiore, che ritengo sommaria, perché evidentemente fuori scala, almeno quando rappresenta la Chiesa del Corpus Christi (C) e il Palazzo Carafa (B: molto più grande, in proporzione) – e chi sa con quali altri difetti. 

Comunque, si vede chiaramente almeno che il Palazzo aveva quattro lati, come adesso la Caserma; e quindi, se in questo la riproduzione è fedele, si deve supporre che il Giardino di delizie, se ancora esisteva, fosse all’interno del cortiglio.

Inoltre, si nota anche la collina a sinistra, sormontata dalla torre (del castello longobardo, suppongo): la collina, cioè l’attuale collina di S. Andrea, il Palco, con il convento di S. Anna alle pendici (G).

Nessun giardino, quanto piuttosto arbusti e selve. Come oggi, salvo una fila di case tra via Solimena, la collina e la Villa Comunale.

La Villa Comunale non è il Giardino di Delizie, neppure ne è un residuo, e quello è del tutto scomparso nel tempo. In ipotesi, invece, la Villa attuale potrebbe essere nello spazio di un altro giardino, sempre menzionato con una certa cura nell’Apprezzo:

Avanti detto palazzo (Carafa, n.d.r.), e propriamente dove è le scene, vi è un giardino superiore alla strada compartito in 4 quadri con abusso e piedi di cipressi, ed altri alberi selvaggi di capacità di mezzo mojo10.

In ipotesi: ma nulla di certo, perché bisognerebbe vedere dove di preciso, tra muro del Palazzo Carafa e inizio dell’erta di S. Andrea o del palco, fosse quel giardino.

L’attuale Villa si trova però di fronte a quasi tutta la facciata dell’attuale Caserma Tofano, dunque dov’era la facciata o il muro del Palazzo: il luogo coincide, in tutto o in parte.

Se l’attuale Villa Comunale della città di Nocera Inferiore è ciò che resta del Giardino di delizie del Cinquecento, allora quello è stato talmente modificato da risultare, credo, irriconoscibile a un ipotetico viaggiatore del tempo, se non per trovarsi forse in quelle coordinate (ma non è così, non credo), o anche (meglio) attiguo ai luoghi dell’antico Giardino menzionato in secondo momento dall’Apprezzo del 1660, avanti al Palazzo Carafa ora Caserma Tofano, all’inizio del pendio, sulla collina.

È quasi certo però che il Giardino di delizie fosse all’interno del Palazzo Carafa11 e che esso (come documentano alcuni autori) sia stato “trasformato in convento” durante la minorità di Francesco Maria Carafa (quinto duca di Nocera)12.

Le circostanze dell’acquisto del palazzo e della trasformazione del giardino in “una principalissima chiesa” vengono segnalate da Cesare D’Engenio Caracciolo nella sua opera Napoli Sacra.

Parlando della Chiesa “De la Madre di Dio”, D’Engenio scrive:

È da sapersi, che nel 1602, il Padre Fr. Pietro di natione Spagnuola, Religioso di singolar virtù, e bontà di vita, predicando con molto frutto nella chiesa dell’Annuntiata di Napoli, a richiesta di molti Signori Napoletani, ne’ medesimi tempi comprò il luogo, e palaggio del Duca di Nocera per prezzo di quattordici mila, e ducento ottanta cinque ducati, che raccolti havea da Napolitani, e da altri, adoprossi molto in questo Regno Martes de Gorastiola, E così ne’ giardini del detto Duca i Padri edificarono una principalissima chiesa, e monasterio, ove s’osservava la primitiva regola della Santissima Vergine del Monte Carmelo secondo la riforma dei Scalzi di santa Teresa della quale si è fatta menzione13.

Nella sua Dell’Istoria civile del Regno di Napoli, Pietro Giannone riprende le notizie di D’Engenio. Alla fine del capitolo XXXIV [Cap. Ult. “Politia delle nostre Chiese durante il Regno di Filippo II. infino alla fine del sec. XVI”, paragrafo II “Monaci, e beni temporali”], si legge:

I Carmelitani Scalzi, che ebbero per istitutrice S. Teresa, la quale nel Convento d’Avila in Castiglia fece questa riforma, vi furono non meno dagli Spagnuoli, che da’ Napoletani caramente accolti; e fù così grande la loro divozione verso costoro, che un Frate di quest’Ordine chiamato Fr. Pietro di nazione Spagnuola colle sue prediche, che faceva nella Chiesa dell’Annunziata di Napoli, raccolse di limosine da’ Napoletani, a da altri la somma di quattordici miladucento, ed ottantacinque ducati, onde di questo denaro potè comprare il palagio con giardini del Duca di Nocera, che ora lo vediamo trasformato in un lor maestoso Monastero, ed in una magnifica Chiesa sotto il titolo Madre di Dio14

.

Se così fosse , si potrebbe ipotizzare che il Giardino di delizie, creato nella seconda metà del Cinquecento, già all’inizio del Seicento potrebbe essere scomparso per lasciar posto alla Chiesa dei Carmelitani. 

Se così fosse, però, perché ve ne sarebbe descrizione così precisa nell’Apprezzo che data al 1660, oltre mezzo secolo dopo? E perché non v’è alcuna notizia del Convento e della Chiesa, mentre v’è un’informazione molto precisa su Palazzo Carafa?  Queste domande rimangono sospese in attesa di una possibile e adeguata risposta.

Ciò che può esser detto, a questo punto, è che la sistemazione attuale della Villa Comunale risale al 1835 circa e dunque ha quasi due secoli (un notevole periodo di tempo).

La Villa contiene un arredo da giardino in stile neogotico realizzato su più livelli, a salire verso la collina del Parco. Al centro (attualmente spostato a sinistra – v. foto del busto di De Sauget) un busto bronzeo dell’artefice di questa messa in opera, il busto del generale De Sauget volge le spalle alla caserma.

D’interesse notevole nella Villa sono le grandi scalinate e la statua di un leone al primo livello, nonché i viottoli che salgono sulla collina del Parco (ma adesso v’è un muro di cinta della Villa Comunale in collina, e la salita è preclusa da un cancello). Fa parte dell’arredo della villa anche una statua acefala di uomo d’armi.

Al secondo livello vi è lateralmente un edificio che, fino a qualche anno fa, è stato utilizzato come casa del custode.

Attualmente, all’interno della Villa sono indicate come presenti diverse piante secolari, come una Magnolia di quasi 300 anni, una Cycas (tra i 250 ed i 300 anni) alcune Cercis siliquastrum o alberi di Giuda di oltre 100 anni, e lecci di oltre 200 anni.

Anche se, s’è detto, il giardino è stato oggetto di diverse modifiche, fino forse all’ultima (dell’Ottocento) che gli ha conferito l’aspetto e i limiti attuali,  esso, anche così com’è ora, riveste  interesse, dal momento che si è  potuto pensare di farne la Villa Comunale della città e che chi lo vede s’interroga intorno a qualcosa, come su un’atmosfera che visitandolo si avverte, nonostante i guasti.

Lo stato di abbandono in cui il giardino versa, nei limiti relativamente angusti in cui si racchiude oggi, appare del tutto deplorevole e ingiusto, per una città ricca di storia e di cultura, e di quasi 50.000 abitanti, come Nocera Inferiore.    

Pertanto, oltre a indicarlo per un’eventuale volontà di identificazione e inventario, lo si segnala per gli interventi  differenziati che vengono indicati nella Carta dei giardini storici (detta Carta di Firenze), quali la manuten­zione, la conservazione, il restauro.  

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1 Cfr., tra gli altri, per il passato di Nocera Inferiore, E. Falcone, Nocera dei Pagani dalle origini ad oggi, Cava dei Tirreni 1983; G. Orlando, Storia di Nocera de’ Pagani, Napoli 1884-1887; ma anche V. Piccolo, Caserma Carlo III, 2001.

2 F. Di Nardo, Gli apprezzi di Nocera (1521-1560), Viva Liber Edizioni, Nocera Inferiore 2014.

3 Mons. Lunadoro, Copia d'una lettera scritta dal molto illus. e rever.mo mons. Lunadoro vescovo di Nocera de' Pagani intorno all'origine di detta città, e suo vescovado, al signor Alcibiade Lucarini, Napoli 1610, Nocera Inferiore 1985, pp. 41-42..

F. Di Nardo, op. cit., p. 43.

5 Ivi, pp. 43-44.

6 Ivi, p. 44.

Ivi, p. 49.

Apprezzo del 1660, cit., in Di Nardo, op. cit., p. 151.

9 Ivi, p. 155.

10 Ivi, p. 158.

11 Fa parte della storia del Palazzo Carafa, e quindi del Giardino compreso, poi acquistato o meglio offerto in risarcimento con Nocera dalla corona ai marchesi di Castelrodrigo (e di qui l’Apprezzo del 1660) per un feudo da essi perduto in Portogallo (cfr. l’Introduzione a F. Di Nardo, op., cit., p. 59).

12 Nel volume quinto della rivista “Napoli nobilissima” (1969) , si legge che “Ferdinando II, quarto duca di Nocera, sposò Clarice Carafa di Stigliano, e n'ebbe, fra l'altra prole, Francesco Maria, che, morto il padre nel 1593, fu il quinto duca di Nocera. ... Durante la minorità di costui il giardino di delizie dei suoi maggiori fu trasformato in convento”(“Napoli nobilissima”, V, 1969, p. 5).

13 Napoli Sacra di D.  Cesare D’Engenio Caracciolo, Gentilhuomo Napolit., per Ottavio Beltrano, in Napoli 1624, p. 602.

14 Dell’Istoria civile del Regno di Napoli, Libri XL scritti da Pietro Giannone, Giureconsulto, ed Avvocato Napoletano. Tomo IV. in cui contiensi la Politia del Regno sotto Austriaci, per lo Stampatore Niccolò Naso, in Napoli 1723, pp. 298.299).

 Scheda inserita il 21-07-2015