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Villa Rufolo

 

“Entrammo nella vecchia Ravello; nella solitudine di queste rocce ci trovammo improvvisamente di fronte ad una città moresca con torri e case ornate da fantastici arabeschi. Qui ci sono solo alberi, rocce e, più in basso, in una lontananza di sogno, il mare, talvolta rosso come  porpora”.

Così Ferdinand Gregorovius, nelle "Passeggiate in Italia" (1872), descriveva una città dai nobili natali, ricca di vestigia del passato che, dopo un lungo letargo, diventava meta dei viaggiatori europei, attratti da quelle bellezze della natura e dell’arte capaci di trasformare il viaggio in una “serendipity“, felice e inaspettata scoperta a rigenerazione dell’animo. Vigne, oliveti e frutteti cingevano con una fitta vegetazione le balze scoscese, qua e là delineate da mura e torri moresche, sacri templi e case aristocratiche, unici testimoni dei fasti di una stirpe gentile che si erano dissolti nella generale decadenza delle periferie meridionali. 

Questo meraviglioso scenario dovette aprirsi anche agli occhi delventicinquenne Francis Nevile Reid (1826 – 1892), gentiluomo nato a Londra da genitori di origini scozzesi, cultore delle arti, di letteratura e di botanica, che, a Napoli, presso Sir Thomas Gibson Carmichael, aveva trovato il clima ideale per curare un’affezione alle vie respiratorie.

Il suo viaggio a Ravello non si era tradotto nella solita visita fugace di uno straniero: il giovane, infatti, dovette avvertire l’incantesimo di un mistero mai rilevato in nessun altro luogo, e, nel 1851, decise di acquistare l’antica dimora gentilizia dei Rufolo, in quegli anni di proprietà della famiglia D’Afflitto.

Si trattava, in realtà, di un complesso monumentale fatiscente senza “né porte né finestre, la parte inferiore del cortile era ricoperta di macerie e una torre stava sepolta sotto il terreno”, come egli stesso lo descrisse.

L’acquisizione di un cumulo di memorie, edificato in un luogo lontano e dimenticato (bisognoso tra l’altro di ingenti investimenti), poteva apparire una vera e propria follia in cui il lungimirante Francis  intravide, però, possibilità di realizzare il suo sogno mediterraneo.

Il complesso monumentale aveva magnificato la nobile famiglia Rufolo, il suo orgoglio, la sua potenza economica e politica, giunta al massimo splendore con la corona angioina. Sovrani e pontefici erano stati ospitati nei luoghi in cui sembrava di intravedere “quel palagio con bello e gran cortile nel mezzo e con logge e con sale (…) e con giardini meravigliosi e con pozzi d’acque freschissime”, cornice alla “onesta brigata” del Decameron.

A metà dell’Ottocento, però, il palazzo presentava solo in minima parte l’aspetto originario per le distruzioni del tempo e le manomissioni subite dopo il tramonto della celebre prosapia.  

Nel 1401 la peste aveva colto l’ultimo rappresentante della famiglia, Pellegrino Rufolo, asceso alla cattedra vescovile della città nell’anno precedente. La domus aristocratica era così passata dapprima, per diritto di successione, alle famiglie Muscettola e Confalone e poi, nel corso del sec. XVIII, alla famiglia D’Afflitto che aveva speso ingenti somme, finalizzate ad un intervento non sempre rispettoso delle “pietre antiche”. E’ possibile ipotizzare che in quegli anni i lavori avessero interessato anche il giardino e che le scarse riserve d’acqua avessero imposto la realizzazione di un sistema di canalizzazione dell’acqua piovana realizzato lungo le pareti dell’edificio.

Il “Palatium”, però, era ancora capace di incarnare e di trasmettere quell’ideale romantico, alimentato da rovine, giardini e torri fiabesche, che rimandavano ad armigeri e damigelle dell’epica medievale

Francis Nevile Reid provvide, pertanto, ai lavori di restauro, eseguiti nel pieno rispetto delle preesistenze, sotto la direzione di Michele Ruggero, architetto-archeologo di formazione neoclassica che nel 1875, con la nomina di Giuseppe Fiorelli alla Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti del Regno, sarebbe poi diventato Soprintendente agli Scavi di Pompei.

Gli interventi non si limitarono alle emergenze architettoniche, restaurate con gusto e sincerità, ma interessarono anche il giardino, arricchito da essenze mediterranee ed esotiche, provenienti da ogni parte del mondo.

Sbocciava l’idea di un giardino romantico nato senza un progetto predefinito “che Reid costruiva giorno dopo giorno recuperando la memoria storica del monumento e travasandola nella creazione di un nuovo paesaggio”. Veniva così alla luce un percorso emozionale, impreziosito da corolle variopinte e ravvivato dal dolce gorgoglio di fontane zampillanti, mediante il quale la temperie romantica sembrava instaurare un intimo e sereno colloquio con la natura.

I vigneti continuavano a distendersi su ampie zone della villa rampicando anche sui pilastri ottagonali che si ergevano lungo le terrazze. Palme e cedri, felci e pergolati di rose generavano luci e ombre piene di colore, in grado di sublimare quello scenario fortemente suggestivo mentre ornati lapidei e fontane diventavano custodi di scorci mozzafiato.

Curatore e capo giardiniere della proprietà ravellese era Luigi Cicalese Di Lieto, personaggio dalla barba fluente di singolari capacità, formatosi al fianco del gentiluomo scozzese dal quale apprese anche i rudimenti della tecnica fotografica che gli consentirono di lasciare autorevoli testimonianze della Ravello del tempo. Lo stretto rapporto con il Reid è testimoniato da una cospicua raccolta epistolare riferita agli anni 1885-1891: “Caro Luigi, mi fa piacere sentire che l’acqua sia venuta, credo che ora sarebbe un tempo opportuno per fare eseguire gli accomodi alla vasca grande con ogni cura. Che pensate della cisterna dietro al Torrione? Se non ci si regge bisogna pure accomodare, ed in questa stagione sarebbe buono di far riempire le cisterne da Monsignore”, scriveva da Posillipo, il 25 marzo 1887, l’ “aff.mo padrone Francesco Nevile Reid”.

Una preziosa corrispondenza, quella tra Reid e Cicalese, da cui emergono i tratti distintivi del Lord che gioisce per il successo riscosso dall’edera d’oro ad Edimburgo o per le splendide pansé “ammirate da molte persone”, senza lesinare un pensiero alle “rose e ai fiori di arance”, alla magnifica peonia, (“peccato che non sappiamo come moltiplicarla”). I fiori più belli, che abitualmente venivano inviati nella sua villa di Napoli e presso la dimora della cognata a Roma, furono spediti anche a Londra allorquando il nipote Carlo Lacaita, figlio di Giacomo e di Mary Carmichael, che avrebbe ereditato il complesso, si unì in matrimonio con Miss Doyle.

Reid si dimostrava prodigo di consigli (come quando invitava ad aspettare qualche giorno ancora prima di “scovrire i limoni, l’annata è così strana”) e fu sempre attirato dalle sperimentazioni botaniche di acclimatazione di piante esotiche e rare.

Di fatto Nevile Reid e Sophia Caroline Gibson Carmichael erano soliti abitare l’antica dimora ravellese solo da maggio ad ottobre, preferendo, durante i mesi invernali, il clima più mite di Villa Gallotta a Posillipo. Per questo motivo Luigi, che successivamente avrebbe ricoperto anche la carica di sindaco della città, aveva assunto il ruolo di vero e proprio factotum, cui era affidata la cura dei giardini, la custodia della villa e l’accoglienza di quanti visitavano il complesso in assenza del proprietario. Il Reid dovette prodigarsi, tra l’altro, in una serie di iniziative tese al progresso e al benessere della popolazione come la riparazione del vecchio acquedotto e la costruzione di un nuovo impianto capace di alimentare la fontana pubblica in Piazza Vescovado, del quale si riservava lo scolo per consentire l’irrigazione degli attigui giardini.

 “Die Klingsor Zaubergarten is gefunden – Il Magico Giardino di Klingsor è trovato, 26 maggio 1880”. Il celebre autografo di Richard Wagner, lasciato nell’albo della Pensione Palumbo, a perenne ricordo di quel giorno memorabile, sembra ancora riecheggiare tra gli alberi secolari e le antiche rovine di Villa Rufolo. Dopo un breve soggiorno ad Amalfi, Wagner  era giunto in città, a dorso di un mulo, in compagnia della famiglia e del pittore Paul von Joukowsky, conosciuto qualche mese prima nella Villa d’Angri a Napoli.

Grande fu l’emozione del Maestro di Lipsia che, alla vista di Palazzo Rufolo, delineato da fiori esotici e cortine medievali, in un momento di vera e propria estasi, trovò l’ispirazione per l’ambientazione del quadro scenico del II atto del Parsifal, subito abbozzato dal pittore russo.

Tra intrighi d’ombra e di luce, il maestro ebbe innanzi agli occhi il palazzo incantato di Klingsor, la torre merlata che affonda improvvisamente, il magico giardino dai colori d’oriente dove le belle fanciulle-fiore cercano di sedurre il Parsifal il bacio di Kundry che, sospesa tra bene e male, apre l’animo di Parsifal allo strazio della colpa mentre il pathos del momento culminante si scioglie in un deserto scenico ed interiore. Crollano, infatti, le meraviglie del mago quando Parsifal traccia con la sacra lancia il segno della croce e il giardino inaridisce tra i lamenti delle fanciulle all’unisono.

L’episodio consacrava le scelte di uno spirito sensibile e raffinato, di un gentiluomo che nel 1892, anno della sua morte, il popolo dovette piangere con affetto filiale.

Con la morte del Reid la Villa passò al nipote Carlo Lacaita, figlio di Giacomo Lacaita e di Mary Gibson Carmichael sorella della moglie del Reid, che proseguì nel solco tracciato e si avvalse della collaborazione del Cicalese, cui sarebbe succeduto il figlio Carlo.

Nel 1926 Carlo Lacaita si era unito in seconde nozze con la giovane francese Antoniette Haefele, che con la morte del Lacaita, avvenuta sette anni dopo, ereditò l’intera proprietà ravellese e sposò Pier Tallon. A Luigi Cicalese sarebbe succeduto il figlio Carlo, diplomato in agraria, che si occupò della conservazione del complesso con grande competenza. I coniugi Tallon furono gli ultimi proprietari ultimi padroni della Villa  che nel 1974 fu acquistata dall’Ente Provinciale per il Turismo. Oggi la proprietà è divisa tra la l’Ente Provinciale per il Turismo e il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo mentre la gestione è a cura della Fondazione Ravello che dal 2007 si occupa delle attività connesse agli interventi di conservazione, restauro e valorizzazione del complesso monumentale.

Di certo gli interventi eseguiti alla morte di Reid, uniti alla necessaria sostituzione di alcune piante ormai perite, dovettero modificare l’aspetto originario del giardino apportando al progetto originario numerose modifiche. La celebre terrazza panoramica, ordinata col gusto eclettico delle geometrie fiorite, risalenti agli anni Trenta, era caratterizzata da alte palme poi sostituite da cycas. Nel cortile moresco, invece, erano presenti felci arboree dell’Australia che furono soffocate dai sacchetti di sabbia della protezione antiaerea durante il secondo conflitto mondiale. Nel 1951 un violento nubifragio sradicò numerosi pini posti a confine della proprietà mentre con l’alienazione del giardino adiacente al palazzo vescovile, in occasione dello scavo di una galleria, scompariva una altro angolo suggestivo in cui il Reid era solito ritirarsi. Il progetto complessivo di restauro e valorizzazione, a cura della Fondazione Ravello, in questi ultimi anni  non sta interessando solo i corpi di fabbrica e gli ambienti ma anche il parco e i giardini. Attingendo a piene mani proprio ai contenuti dell’epistolario, alle fotografie d’epoca che lo stesso Cicalese produceva, sono state recuperate indicazioni sulle specie di piante, sui fiori e i frutti che si coltivavano nel giardino, sugli innesti, sulle malattie delle stesse e addirittura sugli scambi con collezionisti e amici di tutto il mondo.

Gli interventi odierni puntano a riportare a Villa Rufolo l’essenza più amata dal lord scozzese: la rosa. Nel 1885, Reid scriveva al suo: “Le rose sono tanto belle, mi fa, come pure alla Signora, una viva pena di non vedere il giardino fiorito”. Circa dieci varietà di rose antiche, rampicanti e non, hanno ritrovato allocazione nel punto più strategico dell’intera villa: il belvedere. Quelle rampicanti  copriranno il pergolato ricostruito, quelle a cespuglio faranno da quinta al panorama mozzafiato che dal belvedere si ammira.

Particolare attenzione è stata posta pure nell’introduzione di nuove essenze nel tentativo di riproporre il variegato esotismo arboreo ricercato da Reid. In alcuni angoli, poi, anche per riempire qualche vuoto segnato dall’azione devastante del punteruolo rosso, sono state messe a dimora piante di Liriodendron tulipifera (dette alberi dei tulipani), di Banksia integrifolia, di Davidia involucrata (detta anche albero dei fazzoletti), di Akebia quinata, di Amelanchier canadensis, di Asimina triloba, di Sequoia sempervirens e di Cedrus deodara.

A distanza di 135 anni, il giardino fatato, apparso al Genio di Lipsia, rivive ancora oggi nelle eterne melodie che riecheggiano tra la vegetazione lussureggiante e le emergenze architettoniche, aperte a visioni di mare e di cielo, in una perfetta fusione di arte e natura. Un patrimonio unico e insostituibile, espressione dell’identità culturale cittadina, che Ravello, gelosa custode delle testimonianze del passato, memore della sua vocazione internazionale, offre al mondo intero.