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Storia del Giardino di San Leo

In una bella pagina del suo manoscritto Dell’origine dei Longobardi e dei Normanni (1618) il gentiluomo di origine salernitana Geronimo Mazza descrive le “cose notabili” dell’amata città natale. Egli osserva che la città di Salerno “tiene il volto a mezzogiorno” e che “a levante s’adorna di admirande chiese et superbe chiese et palazzi, et poco sono quelle che non habbino fonte d’acqua purissima, et per le piazze et per tutto si veggon fonti di marmo abondare di acque pure1.

La prima immagine che il Mazza restituisce è dunque quella del centro storico della città, caratterizzato da una armoniosa architettura urbana e dalla diffusa presenza d’acqua purissima, risorse naturale d’importanza vitale che scorreva con generosa abbondanza per le piazze et per tutto. Nelle parole del Mazza, Salerno appare come una sorta di città ideale, un luogo arcadico “tutto di amenissimi giardini pieno, irrigati da acque cristalline, dove si veggono molte adorne fontane, vi sorgono frutteti con bella varietà di aranci, cederi et limoni, con molte chiese et abbondanza d’acque chiare e sussurranti2.

 A giudicare dalle numerose raffigurazioni che ne hanno lasciato viaggiatori, artisti e studiosi giunti nel capoluogo campano fino alle soglie dell’Ottocento, il paesaggio delle colline salernitane non doveva discostarsi molto dalle pur enfatiche parole del Mazza. Per tutto il Medioevo e per parte dell’età moderna, Salerno è stata davvero la città degli orti, degli agrumeti e dei giardini terrazzati. Tale abbondanza di verde è attribuita dal Mazza alle molte acque che, con accenti petrarcheschi, vengono ricordate come chiare e sussurranti, tali da infondere gran piacere in chi aveva modo di osservarle. In effetti, la natura calcarea del terreno e la pendenza accentuata delle colline salernitane assicuravano costante rifornimento idrico ai giardini della città. Questi erano particolarmente numerosi lungo le pendici del Plaium Montis – la zona più alta della Salerno medievale, situata a nord-ovest della Cattedrale e al di fuori delle mura cittadine – dove le acque del torrente Busanola rendevano fertile il terreno e rigogliosa la vegetazione. Anche l’opera del Mazza celebra la bellezza paesaggistica del Plaium Montis e testimonia che “nella parte d’occidente di Salerno ci sta la gioconda valle detta Busanola, piena di bellissimi giardini, adorni di aranci, mirti, rosmarini, cedri et limoni, vaghi di fiori et di freddissime acque4.

L’immagine restituitaci dal Mazza è quello di una gioconda valle a vocazione rurale, scarsamente popolata, con poche case, vasti orti, agrumeti e giardini terrazzati digradanti fino alle mura della città. La lontananza dal frastuono del centro urbano e la pacifica quiete che avvolgeva il Plaium Montis rendevano questa zona di Salerno un luogo ideale non solo per lo svolgimento di attività agricole ma anche per l’istituzione di monasteri isolati dal clamore cittadino e votati ad un ideale di vita austero. A simili principi ascetici era certamente ispirato uno dei più antichi edifici sacri della zona: il monastero benedettino femminile di San Leone, detto anche San Leo 5.

L’edificio – indicato nelle pergamene dell’Archivio Diocesano come monasterium San Leonis de foris mura – fu eretto nella seconda metà dell’XI secolo e dedicato alla memoria di Papa Leone IX, il quale aveva soggiornato a Salerno prima nel 1043 e poi ancora nel 1053, anno della sua morte. Fin dalla fondazione, il cenobio di San Leo è stato sempre circondato da svariati ettari di terreno, sia coltivati sia boscosi, tutti appartenenti al monastero. Tra i beni delle Benedettine di San Leo s’annoveravano anche due giardini: l’uno detto San Leo grande, l’altro San Leo piccolo. Il giardino minore era ubicato vicino al monastero mentre il maggiore se ne discostava e si estendeva verso settentrione, dove comprendeva anche una zona un boscosa con querce, ontani, alberi di castagno e di mirto. All’interno del perimetro del giardino maggiore – quasi al confine con l’attiguo oliveto della famiglia Caveselice – zampillava la fonte di San Leo, le cui acque perenni ed abbondanti erano utilizzate per l’irrigazione del terreno e per l’approvvigionamento idrico dell’intera zona. Avendo acquistato i diritti di sfruttamento della fonte nel XIII secolo, le monache di San Leo realizzarono un sofisticato sistema di irrigazione: l’acqua veniva raccolta a monte in vasche e peschiere e poi distribuita – dietro pagamento di contratti di servitù – ai terreni sottostanti attraverso una rete di “cannelle” contenenti chiusini per deviare o interrompere il flusso d’acqua. Il monastero ospitò le suore Benedettine sino alla prima metà del Cinquecento. L’edificio fu in seguito abbandonato per carenza di vocazioni e le poche religiose rimaste furono aggregate alle sorelle del vicino convento di San Giorgio; sicché le fonti documentarie dei secoli successivi non parlano del monastero ma solo dei giardini di San Leo, raccontandone la storia. 

Nel Cinquecento i giardini sono concessi in enfiteusi perpetua ai mercanti della famiglia salernitana dei Tesoriero. La notizia di tale concessione ci è restituita da un atto notarile del 1515 in cui Geronimo Tesoriero afferma di essere il proprietario di un giardino detto di San Leo piccolo e di “una montagnola con in mezzo un vallone, attraverso il quale scorre l’acqua del Busanola6.

 Da questa descrizione si evince come il giardino di San Leo grande si estendesse lungo le pendici del Plaium Montis fino all’alveo del torrente Busanola, nella zona dell’odierna Canalone. Agli inizi del Seicento i giardini di San Leo divengono proprietà della famiglia de Core, come attesta un rogito notarile del 1648 in cui il chierico Antonio Tesoriero dichiara che nell’anno 1617, insieme a sua sorella Claudia, ha venduto a Pirro de Core “il giardino detto di San Leo grande, con case e mamma dell’acqua che viene dai Cavaselice, con oliveto e montagne, per il prezzo di duc. 3.000 con instrumento del notaio Giovan Luca Quaranta7.

 La famiglia de Core era originaria di Tramonti, un borgo dei Monti Lattari noto per essere patria di esperti aromatarii, artigiani (spesso anche monaci) dediti alla coltivazione dei semplici ed alla lavorazione della cera d’api. Anche Pirro de Core esercitava questa professione tanto è vero che, al principio del XVII secolo, abbandona la costiera amalfitana e si trasferisce a Salerno proprio per incrementare i suoi interessi nel redditizio settore della lavorazione della cera. Per l’allevamento delle api, Pirro necessita di un appezzamento di terreno rigoglioso, ricco di vegetazione e ben esposto al sole. L’aromatarius di Tramonti ha inoltre bisogno di una proprietà servita da una sorgente perenne o comunque da notevoli quantità d’acqua dato che il processo di lavorazione della cera prevede la bollitura del materiale estratto dagli alveari e la sua purificazione per mezzo di frequenti lavaggi in acqua corrente. L’ottima esposizione dei terrazzamenti, la floridezza della macchia mediterranea e la presenza di una mamma dell’acqua (fonte) rendono i giardini di San Leo il luogo ideale per l’attività commerciale di Pirro de Core. Pertanto, nel 1617, l’aromatarius di Tramonti acquista dai Tesoriero il più grande dei terreni di San Leo “con acque fluenti e peschiere”. Per diverse generazioni, il giardino di San Leo grande appartiene alla famiglia de Core che lo utilizza per la lavorazione della cera. In atto notarile del 1635 si annota infatti che l’artigiano Pirro de Core riceve dai mercanti di Salerno 6428 libre di cera e promette di farle “biancare e lavorare nel suo giardino di San Leo, fora la porta di San Nicola, sito nei pressi della Muraglia9.

Subentrato al padre Pirro nell’attività di famiglia e ottenuti buoni risultati economici, Matteo De Core divide tutti i beni accumulati tra i suoi figli Mattia e Didaco, entrambi dottori in legge. Tra gli immobili ereditati dai due fratelli, il notaio Geronimo D’Arminio, nell’atto di divisione, elenca anche tre giardini: “un giardino con alberi fruttiferi et acque correnti con hospitio di case et lavorazione di cera, sito fuori le mura di Santo Nicola della Palma, dove si dice Santo Leo grande, un altro giardino contiguo et hospitio di case della parte superiore detto li Sicardi con oliveto, et alla parte inferiore un giardino detto la Minerva” 10.

Tutti e tre questi giardini confinavano “dalla parte superiore con la via pubblica che va alla città della Cava, dirimpetto ai beni del fu Innocentio Quaranta, dalla parte inferiore con la via pubblica di Busanola e il giardino di Pirro Alfano11.

 Acquistando terreni limitrofi a quelli già in suo possesso, Didaco de Core riesce a creare, nell’arco di un decennio, un vasto latifondo. Nel luglio del 1661, ad integrazione del giardino di San Leo grande, Didaco acquista da Giovanni Corbellese il “giardiniello” di San Leo piccolo e lo stabile dell’omonimo monastero. La descrizione del tavolario De Marino, allegato al contratto di acquisto, definisce questo giardino “lemettoso e pendinoso con diversi arbori fruttiferi dentro, lo quale è murato a torno, con quattro membri di casa, due terrazze solerate con due camere sopra, le quali minacciano ruina et una fontana e peschiera con lo tuffo dell’acqua dentro…Lo quale giardino havendo incorporata la pianta della chiesa di San Leo ho ritrovato de misura 252 canne”12.

Qualche anno dopo, nel 1667, Didaco de Core diviene proprietario di una “casa palazziata a due piani con giardini sita a lo Monte” che sceglie come sua abitazione e nel 1677 aggiunge al patrimonio di famiglia una “massaria con giardino detta Busanola13.

 Didaco non aveva figli, sicché alla sua morte l’intero patrimonio passa in eredità alla nipote Anna Maria, figlia di Mattia e moglie del gentiluomo amalfitano Francesco Antonio del Giudice. Dopo il trasferimento alla famiglia del Giudice, il giardino di San Leo grande e il “giardiniello” di San Leo piccolo vengono fittati più di una volta a Gaetano Amendola e a suo figlio Gaspare che li utilizzano per la produzione di candele. Nei contratti di locazione di questi anni compare per la prima volta la dicitura di “giardini della cera”, nome con il quale i due giardini sono definiti nella maggior parte dei documenti successivi. 

 Dopo la morte di Anna Maria de Core (1762), il giardino di San Leo grande viene concesso in enfiteusi perpetua ad Angelo Antonio Giordano di Tramonti. Nel contratto di compravendita il podere viene definito “un giardino per uso di lavorar cera14, inoltre si sottolinea un’importante clausola: l’acqua della fonte di San Leo non deve essere dispersa e quella non impiegata per la sbiancatura della cera deve passare ai giardini sottostanti del Fusandola e della Minerva. Questa clausola contrattuale – che oggi potremmo definire d’ispirazione ecologista – testimonia dell’importanza delle acque della fonte di San Leo e dell’intelligente rapporto simbiotico che i nostri progenitori mantenevano con l’ambiente e che oggi ancora tanto può insegnare, a volerlo meglio conoscere e proteggere.

Al contratto di locazione del giardino di San Leo si allega l’appretio, vale a dire la valutazione dell’intero possedimento redatta dal tavolario Carlo Sessa.Questo prezioso documento 15offre un ritratto fedele del giardino e un inventario dettagliato delle varietà vegetali in esso messe a dimora. Il giardino era fatto a “piazze murate” e si estendeva su quattro livelli messi in comunicazione da scale in pietra: nella prima piazza c’erano quattro piccoli alberi di fico, quattro pergole “d’uva sanginella” e un albero di gelso; nella seconda piazza si vedevano una grande peschiera per la raccolta delle acque della fonte di San Leo e un albero di limoni, due peri, dodici fichi bianchi e neri, tre melograni, due gelsi, un cedro e un “pruno”; nella terza due alberi di limoni, due fichi e una piccola grotta con all’interno una sorgiva d’acqua; nell’ultima si contavano quattro alberi di limoni e altrettanti alberi di “mele limongelle”, cinque “pruni”, un ciliegio, un fico d’India e diciotto “poste” di viti. 

Nel giardino di San Leo descritto dal tavolario Sessa la lavorazione della cera non ostacola la coltivazione di agrumi e frutti diversi, essa sembra anzi conciliarsi armonicamente con una florida attività agricola. In effetti la parola “giardino”, nell’accezione salernitana, non fa differenza tra ciò che comunemente si intende come podere o luogo lavorativo (l’utile) e il giardino propriamente detto (il bello). E raramente il giardino storico salernitano è solo l’uno o l’altra cosa: ogni elemento funzionale diviene in esso anche bello. Ciò è 

particolarmente evidente nel caso di San Leo, luogo in cui una redditizia attività economica si con-fonde con l’ambiente circostante e dà vita ad un meraviglioso giardino mediterraneo. Il risultato è un sistema produttivo perfettamente integrato nello scenario del Plaium Montis, un vero e proprio angulus deliciae – per dirla con Orazio – incastonato nel cuore del centro storico di Salerno. 

Il prezioso terreno di San Leo, arricchito dal lapillo del Vesuvio e saggiamente lavorato, produce numerose varietà vegetali. Spiccano per la loro particolarità le specie autoctone, come l’uva sanginella – l’uva bianca che imbandiva le tavole salernitane nel giorno della festa del patrono Matteo – e le mele limongelle di colore giallo intenso e dalla polpa bianchissima, zuccherina e leggermente acidula (da cui il nome limongella o limoncella). Accanto a queste specie locali non mancano le piante che da sempre incarnano la storia ed il mito del Mediterraneo: l’olivo, la vite, il melograno. Dall’incontro con la civiltà araba giungono a Salerno gli agrumi: il gelso originario del Medio Oriente, i limoni ed il meraviglioso cedro del Libano. Il microclima del giardino di San Leo – favorito dalla scarsa incidenza dei venti di tramontana e dalla favorevole esposizione al sole – accoglie infine con naturalezza l’esotismo dei ciliegi e delle piante di fico, le cui origini vengono fatte risalire alla regione dell’Asia Minore della Caria (da cui l’epiteto specifico di Ficus Caria). 

Si tratta di specie vegetali diverse per origine e per caratteristiche che, nel giardino di San Leo, convivono in una sorta di “sincretismo botanico” che ben si confà alla storia del capoluogo campano. Non va infatti dimenticato che, durante i secoli del Medioevo e della prima età moderna, la città di Salerno gode di una forte impronta internazionale legata alla sua centralità nel mediterraneo. I rapporti sempre più frequenti e prolungati con i paesi rivieraschi e con l’Oriente le permettono contatti stretti e proficui con culture e civiltà diverse. Mercanti ed eruditi, viaggiatori e pellegrini, provenienti dalla Terrasanta o in transito verso di essa, sono presenze quotidiane nel capoluogo campano. Lo attesta la Cappella dei Crociati del Duomo di San Salerno (oggi cappella dedicata a papa Gregorio VII) ove i devoti erano soliti sostare per ricevere la benedizione di San Matteo prima della partenza per l’Oriente o per ringraziare l’apostolo sulla via del ritorno in patria. Lo attesta la Scuola Medica di Salerno con la sua capacità di coniugare conoscenze di molteplice provenienza, distillando l’eredità della medicina greco-romana e rielaborandola alla luce dei risultati acquisiti dalla scienza ebraica ed araba. Inquadrato in questo contesto storico, l’apprezzo del giardino di San Leo con il suo dettagliato inventario botanico costituisce una prova quanto mai singolare dell’avvenuto incontro tra culture e civiltà distanti: piante e varietà vegetali diverse convivono nel giardino di San Leo con la stessa armonia con cui i saperi e le tradizioni del greco Pontus, del latino Salernus, dell’arabo Abdela e dell’ebreo Helinus s’incontrano e si fondono nell’arte medica tramandata dalla Scuola Salernitana16.

Il giardino di San Leo continua ad essere utilizzato per la produzione di candele fin verso la metà dell’Ottocento, quando i nuovi proprietari – appartenenti alla ricca famiglia dei Prudenza – decidono di abbandonare quest’attività lavorativa divenuta ormai antiquata e poco redditizia 17.

A partire da questa data, i giardini di San Leo vengono di fatto abbandonati: giorno dopo giorno gli arbusti della macchia mediterranea invadono i filari delle viti e soffocato gli agrumi, le terrazze murate subiscono piccoli crolli mentre l’elaborato sistema di canali e peschiere diviene fatiscente. Insieme all’abbandono, sui giardini di San Leo cade anche l’oblio: scarseggiano le fonti che documentino la storia recente di questi terreni che, a poco a poco, vengono dimenticati perfino dai Salernitani. La parabola discendente dei giardini di San Leo è proseguita nel corso del Novecento quando l’espansione edilizia del dopoguerra si è impossessata della zona di Canalone e ha lasciato poco spazio al verde. Due delle quattro “terrazze murate” citate dal tavolario Sessa sono state sacrificate per la costruzione di case popolari sicché le dimensioni dell’odierno giardino di San Leo grande sono ridotte rispetto a quelle di un tempo. Anche il monastero benedettino di San Leo e l’omonima chiesa hanno subito i colpi dell’espanzione edilizia. Nel secondo dopoguerra, il complesso del piccolo cenobio benedettino è stato inglobato da abitazioni private che oggi ne lasciano appena intravedere l’originario profilo. La struttura della chiesa di San Leo è fortunatamente rimasta intatta ma appare oggi gravemente danneggiata e richiede un urgente restauro, soprattutto nella facciata principale.  

A partire dagli anni Novanta del secolo scorso, i proprietari dei giardini di San Leo hanno provvidenzialmente avviato una serie di lavori volti a riqualificare la zona ed il suo verde: i terrazzamenti sono stati consolidati e, ove necessario, ricostruiti mentre la flora è stata tutelata grazie a interventi di bonifica e di rimboschimento. Nell’attuale configurazione, il giardino di San Leo grande appare ben delimitato e consistente in due ampi terrazzamenti che costeggiano il bordo inferiore di via Giuseppe Paesano. In una superficie di circa ottocento metri quadri, esso ospita una vegetazione rigogliosa, arricchita da alberi da frutta, olivi e castagni che si alternano a zone coltivate ad orto. I locali un tempo adibiti alla lavorazione della cera sono smantellati, ad eccezione di alcuni piccoli vani sommariamente ristrutturati e utilizzati oggi come deposito per gli attrezzi agricoli. Un recente intervento strutturale ha reso nuovamente funzionante l’antico sistema di canalizzazione delle acque della fonte di San Leo. Anche la grande peschiera per la raccolta delle acque reflue situata nel terrazzamento più basso è stata ricostruita nel rispetto dei materiali originali. 

In buono stato appare anche l’attuale giardino di San Leo piccolo. Di superficie irregolare, il “giardiniello” si estende in declivio dall’attuale Piazzale San Leo – dove è possibile scorgere le architetture dell’antico convento benedettino – fin verso via Giuseppe Paesano. Pur non superando i trecento metri quadri di superfice, il giardino di San Leo piccolo ospita una vegetazione rigogliosa, caratterizzata da numerose varietà vegetali caratteristiche della macchia mediterranea: l'euforbia arborea (Euphorbia dendroides), l’alloro (Laurus nobilis), il corbezzolo (Arbutus Unedo), l’olivo selvatico, il ginepro rosso (Juniperus oxycedrus), l’oleandro (Nerium oleander), il carrubo (Ceratonia siliqua).  

Grazie agli interventi di bonifica e di rimboschimento disposti dai proprietari, i giardini di San Leo appaiono oggi in buone condizioni. L’auspicio è che l’opera di riqualificazione materiale portata avanti dai proprietari venga ora integrata da un’opera di riqualificazione culturale promossa dalla collettività – istituzioni locali, scuole, associazioni culturali, comitati ambientali – e volta a riscoprire, far conoscere e valorizzare i troppo spesso dimenticati giardini di San Leo. È insomma auspicabile che gli abitanti di Salerno tornino ad appropriarsi di questi giardini storici che molto ancora possono insegnare sui temi della sostenibilità ambientale e della salvaguardia delle risorse naturali, sul complesso (e sempre delicato) rapporto tra espansione edilizia e verde pubblico, tra antropizzazione e tutela dell’ambiente. 

 

[1] Il manoscritto di Geronimo Mazza è datato 1618 ed è attualmente custodito presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, n. XV C 17. La prima parte – quella da cui è tratta la citazione – è intitolata Del sito et cose notabili di Salerno. Cfr. M. A. DEL GROSSO – D. DENTE, La civiltà salernitana nel secolo XVI, Salerno 1984, p. 288. 

[2] Ibidem.

[3] La zona del Plaium Montis costituiva la parte settentrionale della Salerno medievale e si estendeva al di fuori della cortina triangolare delle mura cittadine. Questa vasta area si può oggi delimitare nella maniera seguente: iniziava dall’attuale piazzale San Leo e, da un lato, si estendeva verso via Giuseppe Paesano sino a Canalone, dall’altro comprendeva la zona oggi attraversata dal viadotto Alfonso Gatto e quella sottostante corrispondente a Via Spinosa e Via Madonna del Monte.

[4] Cfr. M. A. DEL GROSSO – D. DENTE, La civiltà salernitana nel secolo XVI, cit., p. 288.

[5] Il monastero benedettino di San Leone fu costruito dopo la morte di Papa Leone XI, avvenuta nel 1053. L’edificio – ubicato nei pressi del torrente Fusandola, dove attualmente c’è l’imbocco del viadotto Gatto – è stato abbandonato dalle religiose nella prima metà del Cinquecento ed è da allora adibito ad abitazione privata. Il complesso è pertanto poco riconoscibile, così come la chiesa ad esso contigua, di cui si intravede ancora la facciata principale. Cfr. R. CARAFA, Monastero e chiesa di S. Leone, in A. BRACA, R. CARAFA, M. PASCA (a cura di), Il centro storico di Salerno: chiese, conventi, palazzi, musei e fontane pubbliche, Betagamma, Viterbo 2000.

[6] Il documento è trascritto in M.A. DEL GROSSO – D. DENTE, La civiltà salernitana nel secolo XVI, cit., pp. 119 – 121.

[7] Archivio di Stato di Salerno, notaio Geronimo D’Arminio, documento del 20 dicembre 1648, b. 4984, f. 87.  

[8] Semplici - dal latino medievale medicamentum o medicina simplex - erano definite in passato le erbe medicinali. In senso lato, erano definite semplici anche le numerose sostanze del mondo animale e minerale alle quali, a torto o a ragione, venivano attribuite doti curative. Al novero di queste ultime appartenevano anche il miele, la cera d’api ed i loro numerosi derivati.

[9] Il documento si può leggere in G. PECORARO, Il monastero di S. Spirito, edizione A. SETTE, Roma 1985, pp. 20 – 21.

[10] Ibidem.

[11] Ibidem, pp. 45 – 47.

[12] Ibidem, p. 50.

[13] G. PECORARO, Il monastero di S. Spirito, edizione A. SETTE, Roma 1985, pp. 49 – 50.

[14] Il documento è trascritto integralmente in G. PECORARO, Il monastero di S. Spirito, cit., pp. 90 – 92.

[15] Archivio Storico di Salerno, notaio Diego del Core, documento dell’8 maggio 1762, b 5340; il documento è trascritto quasi integralmente in G. PECORARO, Il monastero di S. Spirito, cit., pp. 99 – 100. Per un commento al documento cfr. L. Mauro, Storia di Salerno, vol. I, Storia antica e medievale, Elio Sellino Editore, Avellino 1992, pp. 102 – 103.  

[16] Volendo ricostruire le origini della Scuola di Medicina di cui era Priore, l’erudito Antonio Mazza - nel suo De Rebus Salernitanis del 1685 – racconta un episodio avvenuto a Salerno secoli prima della sua nascita. Un pellegrino greco di nome Pontus si era fermato nella città di Salerno, trovando rifugio per la notte sotto gli archi dell’acquedotto romano dell'Arce. Mentre il greco si preparava a trascorrere la nottata scoppiò un violento temporale ed un altro malandato viandante trovo riparò nello stesso luogo. Si trattava di un latino chiamato Salernus. Costui era ferito ed il greco, dapprima sospettoso, si avvicinò per osservare da vicino le medicazioni che il malcapitato praticava alla sua ferita. Nel frattempo erano giunti altri due viandanti, l'ebreo Helinus e l'arabo Abdela. Anche questi ultimi arrivati mostrarono interesse per la ferita di Salernus e in poco tempo i viandanti si resero conto che s’occupavano tutti di medicina. Risoluti a sanare la ferita del povero Salernus, i quattro decisero di mettere in comune i propri saperi e coniugare le competenze di cui erano depositari. Grazie alla commistione delle differenti tradizioni mediche, la ferita di Salernus fu ben sanata. La rapidità della guarigione e l’efficacia del metodo con cui era stata ottenuta indussero i quattro viandanti a stabilirsi nella città di Salerno per esercitare in comune la professione medica. Ed è proprio da questo antico sodalizio – conclude sicuro il Mazza – che ha avuto origine la Scuola Medica di Salerno.

[17] Cfr. L. Mauro, Storia di Salerno, vol. I, Storia antica e medievale, cit., pp. 46 – 47.