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Storia

Estesa al di là della foce del fiume Irno, la zona orientale di Salerno è stata a lungo caratterizzata dalla presenza di vigneti, rigogliosi frutteti e prospere curtes rurali1.

Il suo fertile suolo – protetto a nord dalle colline di Giovi, lambito a sud dal mare e irrigato dai torrenti Rumaccio ad ovest, Mercatello e Pisciotta al centro, Mariconda e Fuorni ad est – ha per secoli rifornito di grano, frutti e ortaggi gli abitanti della città di Salerno. Questa secolare vocazione agricola si riflette nella toponomastica locale che testimonia dell’antica fisionomia campagnola della zona. Uno dei più estesi e popolosi quartieri della zona orientale di Salerno porta il significativo nome di “Pastena”.

 Derivante da pastinum (la marra del contadino), già nel latino medioevale il termine viene usato per indicare il terreno lavorato con la zappa, reso fertile dalla mano dell’uomo e adibito alla coltivazione di “arboribus olivarum et nucum et ceterorum pomorum pomiferorum, fructiferorum vel infructiferorum" 3.

Fedele a questa descrizione doveva apparire il territorio della Pastena salernitana che lo storico Gennaro De Crescenzo definisce “un paese pianeggiante a est di Salerno, rinomato per le sue colture, e soprattutto per l’uva Sanginella”. Oggi le curtes e le grandi masserie di questo contado salernitano sono quasi del tutto scomparse, stravolte o soffocate dall’impetuosa espansione edilizia che, soprattutto dopo l’alluvione del 1954 ed il terremoto del 1980, ha fagocitato gli spazi pianeggianti del litorale salernitano. A questo infelice destino è stata sottratta – almeno in parte – l’imponente Villa Carrara. Benché ampiamente rimaneggiata tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, la Villa rappresenta, per la sua valenza artistica e il suo rilievo storico-sociale, una delle più suggestive costruzioni private della zone orientale di Salerno.     

La Villa fu eretta intorno alla metà del XVII secolo. Una grossa scritta sul portone d’ingresso, decurtata purtroppo dello stemma gentilizio in pietra (smarrito, come molti altri stemmi maiolicati del loggiato), ci ammonisce della sua appartenenza alla famiglia dei Conti di Carrara, imparentati con gli omonimi Signori di Padova e originari di Montecorvino Rovella 5. Tra i nobili salernitani del Seicento era diffusa l’usanza di costruire residenze estive lungo la strada verso Persano, località di caccia molto amata della nobiltà del Regno di Napoli e dai Reali di casa Borbone. Anche i Carrara di Montecorvino si adeguarono a questa “moda” della nobiltà meridionale e avviarono, intorno alla metà del Seicento, la costruzione della Villa. Si tratta di un imponente edificio di quattro piani e con pianta ad “elle”, eretto in tufo grigio e travertino (la cosiddetta pietra di Faiano) provenienti dalle cave dei monti Picentini. La struttura appare per un terzo composta da un corpo a base quadrata, per il resto da uno a base rettangolare. Il primo – aperto da un portale d’ingresso in piperno a forma d’arco a tutto sesto scandito da tre nervature di diverso spessore – ha subito nel secondo Ottocento un invadente rifacimento in stile neogotico che ne ha stravolto l’estetica originaria. Gli stucchi e le originarie decorazioni in stile geometrico hanno infatti lasciato il posto ad ampie finestre polifore e ad una icona votiva della Vergine. Il secondo corpo ha invece conservato lo stile classico-rinascimentale delle origini. Esso è caratterizzato dalla presenza di un loggiato a due livelli, con cinque arcate e volte interne a crociera in quello inferiore e una serie di finestroni al livello superiore.

La facciata principale dell’edificio – quella che insiste sull’attuale Via Posidonia – era in origine arricchita dalla presenza di ventisette stemmi gentilizi che alludevano alle alleanze matrimoniali stipulate dai Carrara con illustri famiglie della nobiltà padovana e salernitana. La metà di questi stemmi è andata smarrita e quelli attualmente presenti sulla facciata (gli stemmi delle famiglie padovane dei Da Polenta, Gonzaga, Buzzacarini, Gradenigos e di quelle salernitane dei De Augustino, Cavaliero, Primicile Carafa, Cedronio e Di Sangro) esprimono solo in parte l’importanza e il prestigio dei nobili proprietari dell’immobile. Il progetto dei Carrara contemplava anche una piccola residenza per il colono deputato all’amministrazione del fondo che circondava la Villa. Ad esso si accedeva attraverso tre ingressi, il principale dei quali, sottolineato da colonne, immetteva sul cortile di servizio dell’edificio.La ricchezza delle decorazioni neoclassiche e l’imponenza della Villa – che ospitava al suo interno anche una cappella gentilizia – hanno per secoli affascinato i salernitani e i molti viaggiatori in cammino sulla via borbonica per le Calabrie. Tra questi ultimi, spicca il nome di Carlo III di Borbone (Re di Napoli e Sicilia dal 1734 al 1759), il quale – stando alla Cronaca di Salerno di Matteo Greco – era solito sostare nelle Villa dei Carrara per ritemprarsi dalle fatiche del viaggio verso la casina di caccia di Persano6.

 Fino alla prima metà del secolo scorso, la Villa era circondata da orti, vigneti e meravigliosi giardini, adorni di statue e fontane. Una romantica veduta della Villa e del suo ampio parco ci è restituita dagli acquerelli del conte Domenico Carrara (8 settembre 1885 – 14 dicembre 1953)7.

 Ultimo discendente della famiglia Carrara, Domenico ha voluto fissare su carta – tra la seconda e la terza decade del Novecento – la fragile bellezza del possedimento signorile di Pastena, che egli sentiva minacciato dalla barbarie della guerra e dalla cementificazione. 

 In mezzo al divampare di tragici scenari di guerra, gli acquerelli di Domenico Carrara ci restituiscono immagini di calma, serenità e armoniosa bellezza. Così la villa avita, illeggiadrita da ariose vetrate, ci è restituita ancora intatta (immagine n.1), con la panoramica loggia meridionale affacciata sul golfo di Salerno (immagine n.2) e la luminosa veranda (immagine n.3). Numerosi sono gli acquerelli dedicati ai giardini della Villa, luogo del piacere estetico e dell’ozio contemplativo del giovane aristocratico. Le cartoline di Domenico Carrara ci restituiscono l’immagine di un parco esteso fino al mare, pullulante di arbusti e alberi sempreverdi (immagine n.4). Un lungo viale alberato attraversava vigneti e agrumeti (immagine n.5), indugiava nei pressi delle statue delle aiuole (immagine n.6) e conduceva fino alla spiaggia (immagine n.7). Oggi è difficile riconoscere – negli acquerelli di Domenico Carrara – gli scorci della Pastena di un secolo fa. L’espansione edilizia del secondo dopoguerra ha infatti stravolto la fisionomia della zona orientale di Salerno, trasformando quella che era una amena zona rurale in un caotico quartiere popolare. La stessa Villa Carrara non è rimasta immune da queste trasformazioni. Destinata da Domenico Carrara al Supremo Ordine di Malta – con testamento del 5 aprile 1953 – la Villa è stata notevolmente ridimensionata dall’espansione edilizia del secondo dopoguerra, che ha fagocitato la casa colonica (sacrificata, nel 1960, per aprire l’attuale Via 6 settembre 1860) e buona parte del parco. 

Per diversi decenni, fabbricato e giardino hanno languito nel più completo abbandono, in un contesto fortemente stravolto da interventi umani (infossamento dovuto all’espansione edilizia, elevazione tutt’intorno di una massicciata, mercatino rionale a ridosso) e naturali (terremoto del 1980, donde l’impalcatura di sostegno rimasta per molti anni sullo spigolo sud-est dell’edificio). Nei primi Novanta, l’Amministrazione comunale di Salerno, dopo aver rilevato l’immobile dai Cavalieri di Malta, ha finalmente approntato dei lavori di riqualificazione della struttura. L’edificio è stato consolidato, reso agibile e ristrutturato nel rispetto dell’estetica originaria. Il progetto di riqualificazione si è concluso con la dislocazione – negli ambienti della Villa – di uno sportello dell’Ufficio Pubblica Istruzione e Servizi Culturali” e di una Biblioteca Emeroteca. In virtù di questi interventi, è oggi possibile visitare gli ambienti della Villa, celebrarvi matrimoni civili, ospitarvi manifestazioni culturali e sociali, leggervi quotidiani o attingere ad una biblioteca fornita di oltre 12.000 volumi e periodicamente aggiornata. 

Anche il parco della Villa è stato oggetto di profonde trasformazioni. A partire dal 1938, le sue dimensioni si sono man mano ridotte: i vigneti e gli agrumeti sono stati soppiantati dai condomini, dalle strade asfaltate e dalle attività commerciali del boom (economico e demografico) del secondo dopoguerra. Soltanto i lavori disposti dall’amministrazione comunale negli anni Novanta hanno arrestato questa selvaggia espansione edilizia, dando ai giardini di Villa Carrara una fisionomia definita e stabile. Attualmente, il giardino presenta una pianta quadrata e si estende alle spalle della Villa. Il suo perimetro è delimitato (e protetto) da un’alta inferriata con tre varchi: un ingresso principale – su Via 6 settembre 1860 – e da due ingressi secondari – l’uno su via Posidonia, l’altro su Via Luigi Settembrini. Varcato l’ingresso principale e percorso un breve viale, si raggiunge lo spiazzo antistante la facciata posteriore della Villa. Qui, negli anni Novanta, è stata collocata una grande aiuola sopraelevata che ospita alcune palme da datteri (Phoenix dactylifera). Da quest’aiuola – come da un ideale centro del giardino – partono due viali pavimentati che conducono agli ingressi secondari del complesso. Lungo tutto il perimetro del giardino corre un viale pavimentato in pietra lavica, con panchine in ferro battuto e beverini. Nei pressi dell’ingresso di Via Posidonia è stato collocato un piccolo pozzo ornamentale rinvenuto fortuitamente dagli operai durante i lavori degli anni Novanta. Lo spazio tra i viali è occupato da quattro grandi aiuole sopraelevate. Al loro interno svettano alcune piante ornamentali messe a dimora nel 1922 da Domenica Carrara e dal fratello Gustavo. Tra di esse spiccano un’imponente Magnolia grandiflora (albero sempreverde originario dell'America, caratterizzato da fiori bianchi, grandi e profumatissimi) e due araucarie (Araucaria heterophylla excelsa) di notevolissima altezza. Al pari dell’edificio Settecentesco, queste piante secolari rappresentano l’elemento di maggior pregio della Villa, la sua qualità ed in fondola sua vera essenza. Esse, con il loro crescere ed invecchiare, testimoniano del difficile rapporto tra espansione edilizia e verde pubblico, tra antropizzazione e tutela dell’ambiente. Il loro rispetto e la loro valorizzazione s’impongono dunque come il primo (e forse più importante) passo da compiere per preservare la Villa Carrara e tramandare alle generazioni future questo storico spazio verde salernitano. 

 

 

[1] I resti di abitazioni rurali d’età romana rinvenuti lungo la fascia costiera ed i ritrovamenti di strumenti agricoli nell’area archeologica di Fratte inducono gli studiosi a ritenere che la zona orientale di Salerno sia stata, già nell’antichità, un’area rurale e a vocazione agricola.    

[2] Lo scrittore latino Giunio Lucio Moderato Columella nel De Re Rustica (3,18) – trattato in dodici libri sull’agricoltura nelle aree mediterranee dell’impero – afferma che “pastinum autem vocant agricolae ferramentum bifurcum, quo semina panguntur, unde etiam repastinari dictae sunt vineae veteres, quae refodiebantur” (“Gli agricoltori chiamano poi gruccia – pastinum – un ferro a due branche, con il quale si mettono a dimora le pianticelle; da ciò fu detto repastinare – repastinari – il cavar di nuovo la terra al piè delle vecchie vigne”). 

[3] «PASTINA, Pastinum, Terra pastinatione renovata - PASTINATUM, vocant agricolæ ferramentum bifurcum quo semina panguntur - PASTINATIO, Pastus porcorum. - 1. PASTINARE, Pascere (sic) - Pastinare, colere, plantare, fodere, firmare; et proprie pertinet ad vineas plantandas: unde hoc Pastinatum, id est, vinea novella. Item, Pastinatum, sicut ait Isidorus in fine Ethymologicarum, vocatur agricolæ ferramentum bifurcum, quo semina panguntur, id est, plantantur. Quidam dicunt Pastinare, idem quod Paxillare. - 2. PASTINARE, Columellæ, est agrum fodere. - 3. PASTINARE, Plantare, conserere. Cum horto in circuitu ejusdem ecclesiæ, et terra Pastinata arboribus olivarum et nucum et ceterorum pomorum pomiferorum, fructiferorum vel infructiferorum». DU CANGE et alii, Glossarium mediæ et infimæ latinitatis, L. Favre, Niort 1883-1887. Manca la numerazione delle pagine.  

[4] G. DE CRESCENZO, Dizionario salernitano di storia e cultura, Iannone, Salerno 1946 – 1960, p. 302.

[5] La famiglia dei Carrara, che vantava una parentela con gli omonimi Signori di Padova (documentata con un Marsilio Colonna nelle province napoletane ai tempi di Carlo III di Durazzo) era originaria di Montecorvino Rovella. La condizione aristocratica fu riconosciuta a Geronimo Antonio e Jacopo Carrara dal re di Napoli Alfonso III d’Aragona il 24 Giugno 1494 e ascritta all’ordine civico dei nobili di Montecorvino. La famiglia si trasferì a Salerno tra la fine del Cinquecento e l’inizio del secolo successivo, come attesta il manoscritto Salerno epigrafica di Luigi Stabiano (1875, p.109) che ne riporta anche lo stemma (tre ruote e tre stelle d’oro poste in campo azzurro, con il capo d’argento all’aquila nera coronata d’oro). La famiglia, insignita del titolo di Conte, fu poi aggregata al patriziato di Salerno nel Sedile di Campo il 17 gennaio 1734. Per un’accurata ricostruzione della storia della famiglia Carrara cfr.  G. DE CRESCENZO, Dizionario salernitano di storia e cultura, cit., pp. 578 e seg. 

[6] M. GRECO, Cronaca di Salerno (1709 – 1787), a cura di E. Pettine, Palladio, Salerno 1985, p. 23.

[7] Attualmente, molti degli acquerelli del conte Domenico Carrara – tutti quelli indicati nel presente lavoro – fanno parte della collezione del dott. Mario Grimaldi.