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Villa Comunale

 La Villa Comunale, in uno con il Teatro Verdi, può assumersi a simbolo delle ambizioni della nuova classe emergente post-unitaria e di una rinnovata e più ampia concezione urbana, ponendo le basi per la trasformazione del fronte a  mare.

 La ragguardevole mole del teatro si pone autarchicamente fuori dal perimetro delle mura della città storica, in dirompente continuità con il processo fisico, iniziato secoli prima, della sottrazione al mare di spazi utili all’espansione della città. Ma stavolta addirittura si muta il livello dell’area e si lascia sottoposto, per sempre, il complesso di Sant’Anna e Santa Teresa, che insisteva sull’omonima spiaggia e aveva, fino ad allora, rappresentato lo sfondo prospettico occidentale.

 E’ ora il lungo e segnato prospetto laterale del teatro ad interpretare il ruolo di scenografico fondale per la città vista da oriente, cambiandone finanche l’iconografia delle vedute classiche, mentre la Villa diviene filtro e legame, fisico e percettivo, tra la città antica, il teatro stesso ed il golfo. I suoi assi principali furono, non a caso, orientati l’uno, a partire dal colonnato dei foyer del Verdi, verso il lungomare ed il golfo, l’altro a connettere il Castello e l’infinito del mare, con interposta la leggera scenografia della preesistente Fontana di Don Tullio, appositamente dislocata dall’originaria posizione.

 Intorno al 1870, e prima ancora dell’inaugurazione del teatro (1872), l’architetto Casalbore presenta un progetto per la costruzione dei Giardini Pubblici.

 Pur non potendo reperire il progetto originale ne sono rimaste tracce nel brogliaccio del Comune, mentre la realizzazione viene fissata al 1874.

 Sappiamo che il progetto del Casalbore prevede un ulteriore riempimento, con l’edificazione di un contenimento verso mare, per ottenere uno spazio allungato di forma triangolare e con l’asse longitudinale all’incirca parallelo alla linea di costa. L’altro, più corto e ortogonale, lo incrociava formando una piazzetta circolare, dove oggi insiste il monumento al Nicotera (1897), dedicata poi ai concerti bandistici con una base rialzata su cui si costruiva la “cassa armonica”.

 Ancora l’archivio comunale ci racconta che, già nel 1875, si eseguono diversi e necessari lavori in quanto i viali appaiono malridotti, l’illuminazione é scarsa e bisogna animare la fontana di Don Tullio, portandovi l’acqua.

 I “Giardini”, com’erano chiamati, nascono così come piazza verde aperta al paesaggio e, al contempo, come cerniera urbana. Ma nel giro di poche decine d’anni, con l’ulteriore crescita della città e l’inizio della costruzione della palazzata a mare, i rapporti cambiano, sino a connotare il luogo come una sorta di corte verde cinta da edifici, con la sola apertura prospettica verso il centro antico ed il castello.

Così come il Teatro aderisce stilisticamenteall’Eclettismo Storicistico, così i giardini, pur guardando timidamente al gusto “all’inglese” e al collezionismo botanico dell’epoca, sono impostati su di uno schema simmetrico di assi e nodi, con la tipica “incoerenza” di adesione alle stesse istanze eclettiche.

 

Il restauro del 1997

Il recupero della Villa Comunale di Salerno, esempio di Giardino Storico a funzione pubblica, è stato affrontato con le metodologie del restauro conservativo.

Di certo non si è perseguito, dopo oltre cent’anni di vita e le molte e diverse trasformazioni ed evoluzioni, la mera e inutile ricerca del ripristino di ipotetiche condizioni originarie, quanto piuttosto la lettura delle trame del suo racconto storico, fisicizzato in quanto ancora era presente.

Si è così scelto, in fase progettuale, di dilatare la parte analitica con l’acquisizione di dati di tipo storico, floristico, funzionale, per definire un quadro sintetico di informazioni sulle “qualità” sopravvissute, o recuperabili attraverso documenti e letture comparate e sovrapposte, e fino a promuovere la valorizzazione delle emergenze vegetali e monumentali. Ma soprattutto, accanto alla narrazione dell’evoluzione storica, si è cercato di ridare vita allo spirito più proprio del giardino, pur offuscato e stanco, al suo genius loci, immaginando poi, necessariamente, usi sociali compatibili con la vita e la trasmissione alle generazioni future della sua più intima essenza di Giardino Storico.

Le molteplici trasformazioni susseguitesi nel tempo, avevano lasciato un’immagine compresa tra la spettacolarità di un impianto vegetale annoso e vario, con gruppi ed esemplari notevoli, e la incongruità della percezione a livello terra, dove solo si leggevano improbabili e degradati prati punteggiati da una miriade di tronchi.

Di fatto neppure il disegno originale delle aiole, pure molto preciso, come si rileva da planimetrie storiche della città, ci era giunto. Erano, per fortuna, scampati alcuni esemplari, oramai ultracentenari, che rappresentavano l’eredità più alta della Villa, la sua qualità ed in fondo la sua vera essenza.

Un giardino è fatto dalle sue piante, che ne testimoniano la storia con il crescere e l’invecchiare, esse “sono” il giardino, ed il loro recupero e valorizzazione rappresentano il primo, e forse più importante, passo per la rinascita dell’organismo intero.

L’impianto arboreo della Villa Comunale, di cui era abbastanza agevole individuare le principali fasi di piantagione, si presentava come felice connubio di essenze vegetali autoctone, sorta di struttura portante e difensiva, ed una notevole varietà di specie esotiche: palmizi, soprattutto, ma anche conifere, poche specie spoglianti, diverse rarità botaniche.

All’ impianto più antico appartenevano alcuni maestosi pini d’Aleppo (Pinus halepensis) e lecci (Quercus ilex) e un’altissima palma da datteri (Phoenix dactylifera), cui mollemente si adagia una rosa banksiana (Rosa banksiae ‘Lutea’).

Al ventennio fascista e all’ultimo dopoguerra risaliva, invece, gran parte dell’impianto in termini numerici: molti lecci disposti in filari, palme delle Canarie (oggi purtroppo scomparse), pini d’Aleppo e domestici (Pinus pinea), cedri himalayani (Cedrus deodara), un alto gruppo di Washingtonia filifera sposato a Bougainvillea glabra, oltre ad esempi isolati di curiosità botaniche.

In vari punti la composizione vegetale di specie tanto differenti ancora appariva pregevole.

La pretesa “modernizzazione” del giardino, dai primi anni sessanta in poi, volta ad uniformare la Villa a modelli contemporanei di giardinetto pubblico (asfalto nei viali, riduzione dello spazio permeabile e vitale delle aiuole costrette in alti cordoli perimetrali, realizzazione di un ingombrante impianto scenografico di illuminazione degli alberi, uso generalizzato di materiali “alla moda” quali il mosaico ceramico, usato, ad esempio, per rivestire il bordo rialzato di novanta centimetri di quella che era stata una vasca a bassin), il diffuso vandalismo e la scarsa o errata manutenzione, unita agli usi più diversi ed impropri, avevano contribuito a consegnarci il  giardino in deleterie condizioni.

Di fatto, se si esclude la vegetazione, non molto più dell’arredo monumentale e delle belle e funzionali panche in ferro battuto (degna di nota la differenziazione tipologica comprendente il tipo ad anello e quello a seduta singola) si era salvato. Un’eredità gravata dei tanti problemi di un giardino storico non trattato come tale, che si ritrova nel centro convulso e trafficato della città e ne subisce le pressioni. Al contempo, un’eredità carica di importanti e diversificate memorie storiche.

Il progetto di recupero ha così cercato di porre in evidenza l’essenza più propria del giardino storico, il suo spirito individuale, riconoscibile ed uguale a se stesso.

Si è perseguita un’unità formale e funzionale dialettica che, dal ridisegno delle aiole alla definizione di dettaglio, giungesse a farne convivere gli elementi, vivi e non, in un equilibrio dinamico. E che fosse, ancora, capace di definirlo come Sistema Organico in mutuo rapporto di scambio con l’ambiente che lo circonda e le sue sollecitazioni.

Per la ricomposizione planimetrica, dopo la comparazione di piante della città dove il disegno delle aiole definite dai due assi si ripeteva con costanza, è stata scelta una planimetria di fine ottocento alla quale si è sovrapposto, in opportuna scala, il rilievo botanico.

È subito risultato evidente come gli esemplari arborei più annosi ricadessero esattamente all’interno delle antiche aiole. Il fortunato riscontro ha permesso di ipotizzare il ripristino quasi totale del disegno, almeno nella parte originaria più vicina al teatro, avendo a disposizione degli inequivocabili punti fissi: la base del rialzo per la musica, posta all’incrocio dei due assi principali, e la fontana a bassin, centro della composizione di aiole ovali disposte a quadrifoglio, motivo, quest’ultimo, di cui restava qualche pallida traccia.

I due viali ortogonali sono stati rettificati e liberati da incongrue presenze vegetali, che ne chiudevano la vista, ritrovando le relazioni con l’evidenza del fronte vetrato della zona foyer del teatro, per ciò che riguarda il primo parallelo al mare. L’altro, allineato alla successiva facciata della scuola Barra, ritrova l’ampia visuale verso quel Sistema, ideale e reale, fondato sull’asse stesso e che lo connette al Castello con il suo parco naturalistico, passando attraverso il Giardino della Minerva e gli orti cinti e terrazzati, e che già “naturalmente” si conforma come Parco Botanico-Paesaggistico.

Il complesso è stato recintato con un’inferriata, voluta dall’Amministrazione, che si è cercato di mantenere il più possibile trasparente. Se è vero che non vi è nessun riscontro storico al riguardo, la realizzazione di tale barriera, più psicologica che reale, unita ad una immagine di ordine e di cura, può scoraggiare il vandalismo gratuito. **

Materiali ispirati alla tradizione, pietra vulcanica e cotto locale, si sono usati per le pavimentazioni (i viali antichi erano in terra battuta), le scoline ed i cordoli. Le sedute in ferro, recuperate, sono state integrate nel numero da nuove di identico disegno. Il ritrovamento fortuito, nel corso dei lavori, di parti dell’antica e originale panca in pietra, ne ha permesso la riproposizione nella zona più vicina al teatro.

Nel riportare alla quota primaria la vasca a bassin, è stato ritrovato il gioco d’acqua centrale realizzato in calcare di Paestum. Con lo stesso materiale, come era stato nel passato, si è definito il bordo della vasca, fino a connotarla, con l’opportuna vegetazione, come “aiuola d’acqua”.

La necessaria opera di “ripulitura”, operata sulla vegetazione esistente, se per un verso ha permesso di ritrovare prospettive perdute o nascoste e proporzioni compositive proprie del giardino nella sua naturale evoluzione, è stata soprattutto volta a rinnovare le speranze di vita e salute dell’impianto e dei singoli esemplari, cui si è ridonato spazio e possibilità di sviluppo.

La ricostituzione della collezione botanica, ridotta a circa quaranta specie quasi tutte arboree, e quindi dei diversi livelli vegetazionali, era tra gli obiettivi del progetto. Se nella fase di ideazione uno studio attento aveva consentito di proporre circa centodieci nuovi inserimenti, scelti sulla scorta di criteri storici (tempi di introduzione), analogici (confronto con giardini coevi e “simili”) e di adattabilità (in vista della futura manutenzione), è nella fase realizzativa che si sono operate le scelte definitive, usando il progetto come un indispensabile, ma flessibile, canovaccio.

Si sono riconsiderate le composizioni a seconda delle diverse condizioni di esposizione, ricercando combinazioni che restassero espressive nel corso delle stagioni.

Grande importanza si è data al colore e al profumo, mentre sono tornati molto utili i riferimenti alla migliore tradizione di giardineria locale. È il caso, ad esempio, dell’uso di maritare piante sarmentose o rampicanti ai tronchi annosi di alberi o palmizi, ovvero adagiarle sulla lunga inferriata per romperne la monotonia.

Si è poi cercato di sfruttare al massimo le possibilità offerte dal clima e dal microclima del giardino, arrivando a piantare specie che, di consuetudine, si usano in interni.

L’impianto è stato cartellinato e dotato di irrigazione automatica.

Le capacità di manutenzione e gestione dell’Amministrazione Comunale, che ne è proprietaria, non si sono purtroppo rivelate del tutto all’altezza della situazione.

Un Giardino Storico, vincolato e protetto secondo le leggi dello Stato, è da considerarsi monumento di arte e cultura per il quale l’intervento di restauro va pensato come episodio eccezionale, da scongiurarsi con un’adeguata e continua manutenzione, come recitano le varie carte del restauro.

 Nell’ambito della gestione del verde pubblico cittadino la Villa è da considerarsi un caso speciale al quale dedicare un’attenzione speciale. Questo significa manutenzione costante ma, soprattutto, mirata, affidata cioè a competenze specifiche e capaci di lavorare su di un programma coerente.

Con una manutenzione costante, e avvalendosi delle scelte operate nel corso degli ultimi lavori, anche i costi di gestione possono essere contenuti.

Un’oculata ed intelligente gestione può, inoltre, aggiungere valore al bene. Oltre agli usi più consueti, derivanti dalla piacevolezza del luogo, si possono sviluppare funzioni didattiche, o legate alla funzione storica o botanica, o ancora usi più propriamente ludici, ma sempre nell’ottica di assicurare la trasmissione del Giardino, e dei suoi valori, alle generazioni future.

Gli usi impropri e, di nuovo, gli inserimenti incongrui, uniti ad una gestione, a volte, improvvisata, stanno purtroppo agendo in senso contrario.

Enrico Auletta

architetto e paesaggista

curatore del progetto di restauro