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Il parco civico "Meyer - Wenner” di Scafati

Il Parco Civico Meyer-Wenner (già Villa Comunale) di Scafati rappresenta, non solo a livello locale, un patrimonio botanico-ambientale unico, sia per l’estensione (quasi ventisettemila metri quadrati), sia per la bellezza, lo sviluppo e la rarità delle essenze che ospita. Esso nacque dall’acquisizione di terreni agricoli effettuata nella prima metà dell’Ottocento dal maestro tintore svizzero Giovanni Giacomo Meyer, originario delle sponde del lago di Zurigo, giunto a Scafati nel 1824 assieme alla moglie Rachele Wunderli, per impiantarvi una tintoria di “rosso di Adrianopoli.”
Tale tipo di attività, a livello industriale, richiedeva risorse idriche sovrabbondanti, che Mayer trovò, dopo aver percorso varie strade, nelle fresche e limpide acque del nostro fiume, letteralmente a portata di mano. Con la suddetta denominazione – Adrianopoli è il nome classico della moderna Adana in Turchia – era in quei tempi noto un colorante vegetale per tessuti, di un risplendente rosso carminio, che si ricavava dalle radici della robbia (Rubia tinctoria), una pianta erbacea spontanea nelle nostre zone ma divenuta oggetto, di pari passo con lo sviluppo della cotonicoltura, di coltivazioni intensive nella piana del Sarno, che consentivano tra l’altro ampi margini di esportazione.
In principio l’area occupata oggi dal parco e acquistata dallo svizzero era proprio un campo di robbia. Ma quando nella fase iniziale della seconda metà dell’Ottocento i coloranti artificiali a base di anilina presero il sopravvento su quelli naturali, la coltivazione della robbia fu abbandonata. La parte più prossima al complesso industriale, nel frattempo sorto sulla riva sinistra del Sarno nelle immediate adiacenze del palazzo padronale della famiglia Meyer, fu allora utilizzata come ampliamento dello stenditoio all’aria aperta ¬– dove si asciugavano filati e tessuti sottoposti a sbiancamento e coloritura – mentre il resto restò in gran parte incolto.
In un momento imprecisabile ma che si può far risalire a poco prima della metà dell’Ottocento, quando le sue fortune si erano ormai ben consolidate, Meyer pensò di ricavare in quell’ampio appezzamento di terreno di sua proprietà un giardino familiare, e cominciò dalla parte più lontana dalla sua residenza, verso sud-ovest – probabilmente con l’intento di mantenere il resto dell’appezzamento libero per eventuali successivi ampliamenti dell’area industriale.
Nell’ambito dell’assetto paesaggistico concepito per il giardino, Meyer fece lì realizzare, all’interno di una delle grandi aiuole in cui suddivise il campo, un rilievo circolare di circa tre metri d’altezza, dalla sommità percorsa tutt’intorno da un sedile in muratura, aperto solo in corrispondenza dell’accesso dalla gradinata ricurva. L’opera, dal diametro complessivo di circa nove metri, non poteva avere altra destinazione d’uso che non fossero incontri, convivi e concerti musicali nella bella stagione.
Al lungimirante industriale vanno accreditate anche altre due significative realizzazioni: il “Jardin d’hiver”, vale a dire la prima serra calda sorta nel parco, dalle accattivanti, non-utilitaristiche, linee architettoniche – della quale si forniscono più estese notizie a corredo della rarissima foto che la raffigura – e un vasto terraneo al centro dell’area residua, nato come “luogo di comodo” familiare, precursore del cosiddetto “Casino nobile” wenneriano. Ma il capolavoro di Giovangiacomo – com’era conosciuto nell’ambiente familiare – fu il laghetto tuttora esistente, del quale ci occuperemo in dettaglio nelle didascalie che accompagnano le immagini a esso dedicate.
Non si può tuttavia qui escludere un accenno a un altro edificio di suo retaggio, data l’importanza che ancora oggi riveste quale sede municipale della nostra città: il palazzo al quale abbiamo restituito il nome originale di “Palazzo Meyer”, a proposito del quale possiamo soltanto dire che un disegno dell’epoca ne documenta l’esistenza già nel 1840 – ad appena sedici anni dall’arrivo dei Meyer a Scafati.

Giovanni Giacomo Meyer morì ottantenne il 4 aprile 1872 e volle farsi seppellire nel suo parco, in un piccolo cimitero che egli stesso vi aveva allestito, con dovizia di elementi decorativi a carattere religioso e simbolico, a lato del cancello che si apriva (e si apre tuttora, come ingresso sud-orientale) sulla “Via di Castellammare” (l’attuale Via Oberdan), per accogliervi tre dei suoi figli deceduti in tenera età e, che si sappia, almeno un’altra persona vicina alla sua famiglia.
Nella conduzione dell’industria cotoniera, ormai sviluppatasi considerevolmente anche nel settore della filatura e tessitura, gli successero il figlio Arnoldo, il primo tra quelli viventi, e, come personalità dominante, il genero Rodolfo Freitag, sposato a Elisabetta Meyer nel 1846. Quest’ultimo, tuttavia, non aveva nessuna particolare propensione a occuparsi del parco, anche perché risiedeva abitualmente a Napoli.
Fu soltanto quando gli subentrò nel 1887 il genero Roberto Wenner, a sua volta marito di Giovanna Freitag sposata nel 1881, che il parco ricevette un impulso decisivo sull’arco di un trentennio, raggiungendo l’estensione, la ricchezza e la complessità che chi scrive, per sua buona sorte, conosce, da frequentazioni iniziate tre quarti di secolo fa, da precisi ricordi, da immagini e da documenti d’ogni genere.
Roberto era figlio di Federico Alberto Wenner, il principale dei fondatori svizzeri dell’industria tessile salernitana di Fratte, nella valle dell’Irno, dov’era nato nella sontuosa villa paterna di Pellezzano, circondata da un incantevole giardino tuttora in essere. Lì, Roberto sviluppò una grande passione per il giardinaggio e la floricoltura, unitamente alla competenza, alla visione e all’intraprendenza che più tardi lo portarono, con la creazione delle Manifatture Cotoniere Meridionali, a diventare uno dei più famosi “capitani d'industria” dei suoi tempi.
A Scafati, egli allargò a tutto lo spazio disponibile i confini del parco e vi mise a dimora, portandolo alla consistenza floristica attuale, centinaia di essenze arboree, arbustive ed erbacee che ora possiamo ammirare (solo in parte!) da adulte, e fece costruire una coppia di grandi serre a struttura metallica dove si dilettava a coltivare, con successo, finanche alcune varietà di orchidee. Le serre, la più grande delle quali dotata di un adiacente locale-caldaia, erano giunte fino ai nostri giorni, nell’ossatura se non nella copertura a lastre di vetro. Ma, dopo essere state recuperate una dozzina d’anni or sono alla loro funzionalità originale, si ritrovano al momento prive di un utilizzo che non sia quello di deposito per alcune piante d’appartamento.
Nell’ampia radura al centro del parco, Roberto fece sorgere due strutture che la arricchirono di praticità e piacevolezza anche più tardi: il “Casino nobile” (costruito sullo stesso sito del precedente “locale di comodo” meyeriano – ma diverso come forma e dimensione) e una contigua grande voliera. Entrambi questi edifici furono demoliti nei primissimi anni Settanta del secolo scorso, sul presupposto della loro fatiscenza avanzata, escludendone, per contingenze economiche, l’eventuale recupero.
Alla moglie di Roberto, Giovanna, la tradizione attribuisce invece la creazione della “Montagnella” adiacente al “Laghetto dei papiri” e del campo da tennis nell’angolo dove ora sorge il Centro anziani.
Vittima della pandemia “spagnola”, Roberto Wenner morì il 17 aprile del 1919 (era nato a Pellezzano il 20 maggio 1853), poco dopo essere stato costretto a cedere, in favore di un gruppo d’imprenditori e banchieri italiani, l’industria da lui creata (le già menzionate Manifatture Cotoniere Meridionali, che radunarono in un’unica società capofila gli stabilimenti di Scafati, Fratte di Salerno, Napoli, Angri, Nocera Inferiore, Piedimonte d’Alife e Spoleto).

Il parco e il palazzo Meyer, unitamente ad altre proprietà in Scafati, passarono in eredità ai suoi quattro figli: Rodolfo, Arnoldo, Maurizio e Giorgio ¬– non prima che egli avesse loro raccomandato, ove mai avessero voluto o dovuto disfarsene, che la cessione degli immobili avvenisse a vantaggio dei cittadini di Scafati (testimonianza che raccolsi nella seconda metà degli anni Ottanta dal capo-giardiniere pro tempore Antonio Nastri, figlio di Francesco, già capo-giardiniere di Roberto Wenner – confermatami poi da Giovanni Wenner in un paio di incontri a Zurigo).
Nel frattempo, a curare i loro interessi nella nostra città, i fratelli Wenner designarono l’esperto tedesco Augusto Wienholdt, ex Ispettore generale dei giardini del sultano Abdulhamid II a Istanbul, rientrato in patria quando Kemal Ataturk, con i suoi “Giovani Turchi”, aveva nel 1922 proclamato la Repubblica, spazzando via la casa regnante su quello che era stato lo sconfinato Impero Ottomano dei secoli trascorsi.
Augusto, che agiva anche da procuratore dei fratelli Wenner a Scafati, profuse nella cura del parco affidatogli la sua grande professionalità e la sua autentica passione, evitando tra l’altro di effettuarvi inopportune alterazioni o interventi che non fossero dettati da esigenze di manutenzione e di rinnovo. Egli abitò, con la moglie e i loro tre figli, per tutto il periodo trascorso a Scafati, al primo piano del palazzo Meyer, e alcuni concittadini molto anziani ricordano ancora con simpatia di aver potuto, grazie a lui, frequentare occasionalmente il parco quando era ancora un giardino privato. Il maestro giardiniere usava inoltre aprirlo all’intera comunità locale – come del resto avevano fatto i suoi predecessori – nell’ultima domenica di luglio, in occasione della festa patronale di Santa Maria delle Vergini.
Questo stato di cose durò fino al 31 gennaio 1928, allorché i proprietari concessero in affitto il parco, assieme al palazzo, al banchiere scafatese Mauro Scarlato – genio dell’alta finanza. Wienholdt restò a Scafati ancora un paio d’anni, decidendo poi di ritornarsene con la famiglia a Istanbul, dove visse fin verso il 1960.
Si arriva così al 1933, quando – per una serie di circostanze sfortunate in cui erano stati coinvolti a seguito della grande crisi economica del 1929 – i fratelli Wenner decisero di alienare i loro ultimi beni nella nostra città, consistenti essenzialmente nel parco e nel palazzo Meyer. Memori delle ultime volontà paterne, costoro concessero sulla vendita una tacita prelazione, e un prezzo di gran favore, al Comune di Scafati. E vien fatto di pensare che sarà stato proprio a motivo di questa “parzialità” di Roberto Wenner che le varie commissioni toponomastiche succedutesi nel tempo hanno ritenuto che non fosse il caso di intitolargli nemmeno un vicoletto, un cortile, un androne, un sottopassaggio o un sentiero campestre. Già, perché c’era ovviamente da “sistemare” una caterva di gente dagli insignificanti o totalmente ignoti titoli di merito.
Malgrado il parco in particolare facesse gola a diverse persone disposte a pagare anche molto di più della cifra richiesta all’amministrazione comunale, il podestà dr. Pasquale Vitiello – con una complessa transazione cui partecipò come terza persona lo stesso Mauro Scarlato – riuscì a mettere assieme le 565.000 lire necessarie per condurre in porto l’acquisto. Il parco e il palazzo entrarono così a far parte del patrimonio pubblico della città, con indicibile soddisfazione dei suoi abitanti. L’area del parco venne indicata nel rogito come estendentesi su “ettari 2 e are 68 [pari a circa 26.800 mq] compreso il piccolo vigneto a ridosso del fabbricato principale” – l’attuale spiazzo retrostante al Municipio.

A occuparsi del prezioso acquisto fu chiamato l’economo del Comune, il sig. Umberto Avigliano, che se ne fece una ragione di vita. Sotto l’oculata direzione di questo funzionario, quella che era stata ribattezzata “Villa Comunale” prosperò in maniera impareggiabile, grazie alla sua dedizione, integrata dalla competenza e dalla severa vigilanza di Francesco Nastri che vi aveva lavorato fin da ragazzino come aiutante-muratore. Ma la sua diligenza e operosità non erano sfuggite a Roberto Wenner, che lo aveva preso a benvolere e lo aveva addestrato fino a farne il suo capo giardiniere.
La passeggiata nella loro villa divenne per gli scafatesi un rito settimanale, e di nuovo chi scrive si sente investito del privilegio di poterla ricordare negli anni di massimo splendore, immediatamente prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, quando le aiuole e le bordure erano ricche di colori in ogni stagione, i prati perfettamente tenuti, gli alberi curati con scrupolosa attenzione, le serre e i semenzai attivi nella produzione di tutte le varietà di fiori ed essenze necessarie ai nuovi impianti e ai rinnovi stagionali.
Il parco fu anche sede per alcuni anni, prima e durante la guerra, della “Colonia Elioterapica Fluviale Arnaldo Mussolini” (fratello minore di Benito, deceduto nel 1931) che, nel periodo estivo, ospitava, intratteneva e rifocillava, in un ambiente sereno e salutare, fino a una cinquantina di bambini e altrettante bambine, tutti pariteticamente e pateticamente denutriti, provenienti dai ceti meno privilegiati della società locale.
Negli anni che seguirono la scomparsa di don Umberto, avvenuta nel 1953, la Villa Comunale, ora ribattezzata “Parco Civico Meyer-Wenner”, conobbe per il resto del secolo, e oltre, degli interventi non proprio felici, assieme alla rarefazione di essenze arboree fondamentali (in particolare pini, tigli, querce e palme) per esaurimento del ciclo vitale o per fitopatologie varie.
Ne è risultato un progressivo degrado, comprovato da documenti, che soltanto negli ultimi tempi, con il risveglio della coscienza naturalistica e la diffusione della consapevolezza del valore di un bene insostituibile, si sta cercando di arginare.
Ma a una cosa purtroppo non si potrà più porre rimedio.

La grande quercia semimillenaria, una maestosa farnia (Quercus robur) vanto e simbolo del parco, ha cessato di esistere alla fine del Novecento.
Esperti botanici hanno sostenuto che ciò sia avvenuto per via dell’apparato radicale asfissiato dalla compattazione del terreno risultante dal calpestio dei frequentatori (una tesi, in verità, un po’ difficile da condividere). Potremmo allora a nostra volta azzardare che forse la chioma non aveva tratto beneficio negli ultimi decenni dalle esalazioni del fiume che le scorre giù a lato proprio in corrispondenza di uno stramazzo ottocentesco – la “taversa Salvatore” – determinando una situazione ideale per liberare nell’aria ogni sorta di gas nocivi o semplicemente irritanti, esalati da quello stesso fiume che aveva contribuito, nei secoli pre-inquinamento, a farne un monumentale esemplare.
L’albero, prima ridotto a un tronco inerte da cui si dipartivano i moncherini delle imponenti ramificazioni e sul quale erano già all’attacco miceti opportunistici, è stato poi tagliato a ceppaia una decina di anni fa, con il fine velleitario di farne un durevole esempio della caducità di qualsiasi forma di vita. Senza tener conto degli insetti litofagi e di altri agenti di marcescenza assortiti, che stanno già facendo un buon lavoro sul tronco, destinato a proseguire a oltranza. Costringendoci dunque a prendere atto che non manca molto a quando si perverrà al disfacimento integrale di quest’appassionante, malinconica reliquia.

Scheda inserita il 11-06-2015